Eris, la discordia
“Lo odio! Non posso sopportare un minuto di più la sua
insulsa presenza! Ma..ma.. come può essere così stupido da non capire che non
lo voglio?"
Eris era furiosa. Camminava spedita misurando avanti ed indietro la sua
camera da letto e ad ogni passo inveiva contro quell’uomo che tanto la
ossessionava e che era, ancora una volta, la causa del suo tormento rabbioso.
“Oh, ma se lo avessi di fronte a me in questo momento…lo..lo… Ecco gli toglierei quel bel sorrisetto compiaciuto con questa!”
Nell’impeto aveva afferrato la prima cosa che sue mani tremanti erano state in grado di prendere ed ora brandendo quell’arnese, fendeva l’aria di fronte a sé con una spazzola d’argento. Era una amazzone di porcellana: snella e minuta si stagliava contro il rossore del sole calante e le ombre che si creavano nella stanza disegnavano strane tonalità scure sul suo viso, solitamente limpido. E così appariva tesa per lo sforzo di contenere le lacrime irose, che già minacciavano di rigarle il viso, e, allo stesso tempo, spaventata per la passione e la lussuria che quell’uomo sapeva risvegliare in lei.
In un solo attimo lui la rendeva incapace di controllare le sue emozioni, ed il suo stesso corpo non era più suo, tanto non rispondeva ai suoi voleri. La mente sola, sembrava ancora non accettarlo. Ed Eris non voleva accettarlo, non voleva proprio. Non riusciva nemmeno a sopportare l’idea di non essere più padrona di sé stessa. Lei che era conosciuta dagli uomini con il soprannome di Eris di Ghiaccio, non poteva e non voleva cedere al primo damerino affascinate che dimostrava un po’ più di tenacia nel corteggiarla. Lei che aveva ammaliato, stregato e portato alla pazzia uomini di tutte le età e di tutte le levature sociali senza provare mai nulla più che divertimento, era determinata a non cedere, era determinata a mettere a tacere il suo stesso cuore, se fosse stato necessario.
Ma bastava un suo sguardo fuggevole a tavola o un tocco involontario delle sue dita su una sua spalla scoperta per farla sentire vulnerabile, arrendevole e fremente di passione.
Eris non sopportava l’idea di sentirsi così fragile davanti ad un uomo, e tanto meno lo sopportava se quell’uomo era suo marito.
“Sarò anche sua moglie, ma da me non potrà aspettarsi altro che odio!”
Mentre pronunciava questa parole, un soffio di aria calda le scompigliò i lunghi capelli neri e le solleticò il viso facendola riemergere dalla sua rabbia e riportandola alla realtà. All’improvviso si sentì stanchissima, colpa della giornata passata ad evitarlo, anche se con scarsi risultati. Ogni suo sforzo era sembrato vano perché ovunque andasse aveva la sensazione di sentire su di sé l’ardore degli occhi d’ambra del marito, nessun posto su quella minuscola isoletta dimenticata nel cuore dell’oceano era abbastanza lontano o sicuro per sfuggire, almeno per qualche ora, alla sua presenza. A nulla valevano i suoi sforzi, lui era sempre con lei o fisicamente o come immagine nella sua mente. Si sentiva impazzire, incapace come era di conciliare il suo riserbo con le promesse di voluttà che quegli occhi le mostravano.
Le distese oceaniche avevano quasi inghiottito completamente la palla infuocata del sole, quando la donna si sdraiò scompostamente sul letto, intenzionata a riposarsi e a godere della fresca brezza serale dopo la calura della giornata. Le gambe lunghe e toniche libere dagli abiti si allungarono veloci verso gli ultimi raggi di calore e il corpo, appena coperto da un leggerissimo abito bianco, si fletté in una morbida curva rilassando i muscoli. La luce non era ancora scomparsa dalla stanza che Eris dormiva già profondamente, il viso affondato nei suoi ricci corvini, cullata da una dolce ninnananna che saliva impercettibile da sotto il suo balcone.
A canticchiare, nascosto nelle fresche ombre del giardino, era una figura maschile alta e muscolosa con lampi ambrati negli occhi. Le parole erano dolci e melodiose, quasi in contrasto con quella figura scura e imponente con le spalle appoggiate contro un vecchio albero, che bisbigliava così:
“Oh, ma se lo avessi di fronte a me in questo momento…lo..lo… Ecco gli toglierei quel bel sorrisetto compiaciuto con questa!”
Nell’impeto aveva afferrato la prima cosa che sue mani tremanti erano state in grado di prendere ed ora brandendo quell’arnese, fendeva l’aria di fronte a sé con una spazzola d’argento. Era una amazzone di porcellana: snella e minuta si stagliava contro il rossore del sole calante e le ombre che si creavano nella stanza disegnavano strane tonalità scure sul suo viso, solitamente limpido. E così appariva tesa per lo sforzo di contenere le lacrime irose, che già minacciavano di rigarle il viso, e, allo stesso tempo, spaventata per la passione e la lussuria che quell’uomo sapeva risvegliare in lei.
In un solo attimo lui la rendeva incapace di controllare le sue emozioni, ed il suo stesso corpo non era più suo, tanto non rispondeva ai suoi voleri. La mente sola, sembrava ancora non accettarlo. Ed Eris non voleva accettarlo, non voleva proprio. Non riusciva nemmeno a sopportare l’idea di non essere più padrona di sé stessa. Lei che era conosciuta dagli uomini con il soprannome di Eris di Ghiaccio, non poteva e non voleva cedere al primo damerino affascinate che dimostrava un po’ più di tenacia nel corteggiarla. Lei che aveva ammaliato, stregato e portato alla pazzia uomini di tutte le età e di tutte le levature sociali senza provare mai nulla più che divertimento, era determinata a non cedere, era determinata a mettere a tacere il suo stesso cuore, se fosse stato necessario.
Ma bastava un suo sguardo fuggevole a tavola o un tocco involontario delle sue dita su una sua spalla scoperta per farla sentire vulnerabile, arrendevole e fremente di passione.
Eris non sopportava l’idea di sentirsi così fragile davanti ad un uomo, e tanto meno lo sopportava se quell’uomo era suo marito.
“Sarò anche sua moglie, ma da me non potrà aspettarsi altro che odio!”
Mentre pronunciava questa parole, un soffio di aria calda le scompigliò i lunghi capelli neri e le solleticò il viso facendola riemergere dalla sua rabbia e riportandola alla realtà. All’improvviso si sentì stanchissima, colpa della giornata passata ad evitarlo, anche se con scarsi risultati. Ogni suo sforzo era sembrato vano perché ovunque andasse aveva la sensazione di sentire su di sé l’ardore degli occhi d’ambra del marito, nessun posto su quella minuscola isoletta dimenticata nel cuore dell’oceano era abbastanza lontano o sicuro per sfuggire, almeno per qualche ora, alla sua presenza. A nulla valevano i suoi sforzi, lui era sempre con lei o fisicamente o come immagine nella sua mente. Si sentiva impazzire, incapace come era di conciliare il suo riserbo con le promesse di voluttà che quegli occhi le mostravano.
Le distese oceaniche avevano quasi inghiottito completamente la palla infuocata del sole, quando la donna si sdraiò scompostamente sul letto, intenzionata a riposarsi e a godere della fresca brezza serale dopo la calura della giornata. Le gambe lunghe e toniche libere dagli abiti si allungarono veloci verso gli ultimi raggi di calore e il corpo, appena coperto da un leggerissimo abito bianco, si fletté in una morbida curva rilassando i muscoli. La luce non era ancora scomparsa dalla stanza che Eris dormiva già profondamente, il viso affondato nei suoi ricci corvini, cullata da una dolce ninnananna che saliva impercettibile da sotto il suo balcone.
A canticchiare, nascosto nelle fresche ombre del giardino, era una figura maschile alta e muscolosa con lampi ambrati negli occhi. Le parole erano dolci e melodiose, quasi in contrasto con quella figura scura e imponente con le spalle appoggiate contro un vecchio albero, che bisbigliava così:
" Una notte ti bacerò
sotto questa luna bianca, amore mio,
e saprai che è per sempre...
Violenta sarà la tempesta che
ti porterà via da me...
Per la vita tu sarai la dea della discordia nel mio cuor..."
sotto questa luna bianca, amore mio,
e saprai che è per sempre...
Violenta sarà la tempesta che
ti porterà via da me...
Per la vita tu sarai la dea della discordia nel mio cuor..."
Immobile, lo sguardo fisso alla finestra della camera della donna che amava, ma che sembra disprezzarlo così tanto, cantò per tutta la notte alleviando la sua rabbia con la sua voce e nella speranza che, nel sentirlo, corresse da lui, nella sue braccia tese ad aspettarla. Mentre la accarezzava con le sue note pensava a quello che aveva fatto durante la giornata: l'aveva seguita per tutta l'isola con l'intenzione di vigilare su di lei ma era riuscito solo a farla arrabbiare. E perciò, dopo aver ascoltato tutte le sue parole amare, cercava una soluzione per farsi perdonare, per farsi amare da lei con la stessa passione che lui provava per lei.
Robert non poteva stare un minuto nella stessa stanza con Eris senza sentire un'attrazione soffocante, senza provare l'irresistibile voglia di toccarla e di sfiorarle le labbra. Ma ogni volta che lui le si faceva troppo vicino Eris si allontanava disgustata, e Robert sapeva bene che non avrebbe sopportato oltre. Non poteva rassegnarsi all'idea di avere quella donna solo per sé ma di essere costretto a non poterla mai avere fra le braccia.
"Dannazione, è mia moglie!"
Robert non poteva stare un minuto nella stessa stanza con Eris senza sentire un'attrazione soffocante, senza provare l'irresistibile voglia di toccarla e di sfiorarle le labbra. Ma ogni volta che lui le si faceva troppo vicino Eris si allontanava disgustata, e Robert sapeva bene che non avrebbe sopportato oltre. Non poteva rassegnarsi all'idea di avere quella donna solo per sé ma di essere costretto a non poterla mai avere fra le braccia.
"Dannazione, è mia moglie!"
Si ripeteva questa frase ogni secondo che passava con lei e ogni altro che lo passava lontano da lei. Era conscio che anche lei provava qualcosa per lui, lo poteva leggere nel rossore delle sue gote e nel tremore delle sue mani quando si urtavano casualmente o quando rimanevano soli nella stessa stanza. Ecco, in quei momenti quando erano soli e non c'era nessuna commedia da recitare, lei si arrendeva e a volte nel suo sguardo si poteva leggere l'amore, ma era solo un attimo prima che la freddezza riprendesse il controllo. Robert aveva letto quell'amore di sfuggita e sperava che ci fosse ancora, ma Eris faceva di tutto per nasconderlo e soprattutto per fuggirlo come se fosse una debolezza.
" Perché non vuole accettarlo? Perché non vuole capire che amare non vuol dire perdere sé stessi?"
Quella notte Eris non corse nelle braccia del marito, ma dormendo un sorriso soddisfatto e pieno di gioia le percorse le labbra rendendola consapevole che amava Robert con un'intensità tale da non poter essere nascosta per altro tempo.
Quella notte Robert cantò per l'ultima volta senza poter stringere sua moglie fra le braccia e poterla vedere addormentarsi.
Quella notte la discordia cedette il passo all'amore.
" Perché non vuole accettarlo? Perché non vuole capire che amare non vuol dire perdere sé stessi?"
Quella notte Eris non corse nelle braccia del marito, ma dormendo un sorriso soddisfatto e pieno di gioia le percorse le labbra rendendola consapevole che amava Robert con un'intensità tale da non poter essere nascosta per altro tempo.
Quella notte Robert cantò per l'ultima volta senza poter stringere sua moglie fra le braccia e poterla vedere addormentarsi.
Quella notte la discordia cedette il passo all'amore.

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