Chiudi!
La rabbia mi divora lo stomaco, lentamente. Pezzo per pezzo immagino la carne staccarsi, logorarsi e diventare poltiglia assassina che insaziabile mi corrode e mi mangia. Non riesco nemmeno a guardati in faccia da quanto mi fai schifo e più mi sforzo di guardarti e più la rabbia mi monta dentro, la sento che si agita e che risale fino alla bocca, è amara come la bile, e vomitartela addosso in un fiume di parole urlate non mi costringerebbe a tenermela in bocca e a serrare i denti sempre più forte e a sentire il calore del sangue che mi invischia le mani, tanto le unghie sono penetrate per lo sforzo di contenermi. Ti ho davanti e vorrei solo picchiarti, prendere a schiaffi quel tuo sorriso rassicurante e sperare che tu possa provare almeno una parte del mio rammarico. Sento il tuo respiro sulla mia guancia tanto mi sei vicino e tanto poco mi basterebbe per alzare una mano contro di te, ma, in questa fottuta realtà, non riesco a farti nulla. Ti guardo negli occhi e penso alla miseria della mia vita passata accanto alla tua, penso a come mi hai rovinato a come mi hai usato a come ti sei divertito e a come mi continui a tenere in bilico. Marionetta nelle tue mani sporche di menzogne.
Tu mi sorridi e mi prendi fra le braccia e le tue mani scorrono in basso toccando tutto e non risparmiando niente, non mi muovo- Come potrei muovermi? Per andare dove? Ti sono sempre appartenuta e senza di te non saprei nemmeno chi sono- ma dentro tremo per la rabbia e per la paura. Le tue mani mi danno il tormento e io ti lascio fare, lascio la tua immaginazione libera di usare il mio corpo, incapace di sottrarsi ed incapace di provare disgusto, come una tela bianca. Ma la mente, capace fin troppo di odiarti e di respingerti, grida indemoniata facendo rimbalzare sui miei occhi tutto il male e tutto il lercio della nostra vita.
Vorrei resisterti e qualche notte ho pure pregato con le lacrime agli occhi chiedendo a dio, se mai un dio c'è, di darmi la forza di scappare da te o di farmi morire.
Ma io sono ancora qui, qui con te, e tu fai ciò che vuoi.
Per te nulla è mai abbastanza e quando vedi che non reagisco insisti, mi scuoti, mi fai male finché non ottieni la tua reazione, non ti importa quale, vuoi solo godere alla vista della tua vittima che gioca per te.
La lingua sostituisce le mani, corre veloce, implacabile, sul mio viso e sul mio collo. Bagna e consuma il mio respiro fino a farmi quasi svenire su di te, ma questo non ti basta ancora. Vuoi di più, vuoi sentirmi morire per essere più forte di me. Cominci a mordere, assaggi e strappi brandelli del mio collo e poi risali adagio fino al mio orecchio bisbigliando una parola alla volta, scandendo tutto perché io possa capire, perché io possa sentire sopra il tremore che mi rende sorda:
"Sei mia, e lo sarai finché non avrò finito con te".
Me lo ripeti tutte le volte che scendi in questo sotterraneo per venire da me, e sempre con lo stesso tono. Mai arrabbiato o mai addolcito dall'amore, tu hai solo il tono freddo di una bestia che vuole qualcosa e quel qualcosa io non posso negartelo. Implorare è stupido e tentare di fermarti è un modo per allungare la mia agonia, l'ho imparato con il tempo e così me ne resto ferma e aspetto che tu sia sazio. Chiudo gli occhi, serro la bocca e conficco le unghie ancora più dentro fino a sentire il dolore, fino a quando la rabbia e il sangue non mi annullano. E allora tutto tace. Quando mi sveglio tu non ci sei mai, sei già scappato via, vigliacco.
Cerco di sedermi e comincio a massaggiare i lividi per rivivere sulla pelle quello che non riesco a ricordare e infilzo ago e filo sulle labbra irregolari delle mie ferite per sentire la pena che ho cancellato, alcune volte basta poco per rivivere e guarire ma altre volte non basterebbe una vita intera per rimarginare tutto. Mentre chiudo le ferite sento nello stomaco il marcio di questa vita mischiarsi con l'orgoglio, lo sento sempre, sento come si uniscono e come mi danno una scarica di adrenalina che mi percorre i muscoli, sento di essere invincibile da sola in questo scantinato con le mani piene delle mie cicatrici.
Prima che l'effetto della paura svanisca mi alzo in piedi e comincio a urlare a pieni polmoni mentre le mani e le gambe martellano contro la porta chiusa a chiave, vogliono sfondarla e darmi una via di fuga. Sono talmente piena di voglia di vita, in quei momenti, che non penso ad altro che a quella porta chiusa e a quello che ci potrebbe essere per me di là da quella. Mi consumo le nocche, ogni giorno e ogni notte, su quella porta ma non sono mai riuscita nemmeno a farla vacillare. Si apre solo quando lui torna, poco prima che tutto ricominci.
Quando le mani non riescono più ad alzarsi contro le catene del portone capisco che sto tornando in me e che fra poco mi accascerò contro il muro, succede sempre così, e che accarezzando la parete con le lacrime mi addormenterò di un sonno instabile come di quelli che sono troppo stanchi anche per sognare o troppo amareggiati dal mondo per accorgersi che nascosta poco più avanti c'è, e c'era sempre stata, una finestra aperta. La via d'uscita era lì a nemmeno un metro dalle mie gambe, ma io non l'avevo mai voluta trovare.
Una volta uscita chi sarei stata?
Chiusa era il mio essere e la mia definizione, libera sarebbe stato troppo per una vita sola.
Tu mi sorridi e mi prendi fra le braccia e le tue mani scorrono in basso toccando tutto e non risparmiando niente, non mi muovo- Come potrei muovermi? Per andare dove? Ti sono sempre appartenuta e senza di te non saprei nemmeno chi sono- ma dentro tremo per la rabbia e per la paura. Le tue mani mi danno il tormento e io ti lascio fare, lascio la tua immaginazione libera di usare il mio corpo, incapace di sottrarsi ed incapace di provare disgusto, come una tela bianca. Ma la mente, capace fin troppo di odiarti e di respingerti, grida indemoniata facendo rimbalzare sui miei occhi tutto il male e tutto il lercio della nostra vita.
Vorrei resisterti e qualche notte ho pure pregato con le lacrime agli occhi chiedendo a dio, se mai un dio c'è, di darmi la forza di scappare da te o di farmi morire.
Ma io sono ancora qui, qui con te, e tu fai ciò che vuoi.
Per te nulla è mai abbastanza e quando vedi che non reagisco insisti, mi scuoti, mi fai male finché non ottieni la tua reazione, non ti importa quale, vuoi solo godere alla vista della tua vittima che gioca per te.
La lingua sostituisce le mani, corre veloce, implacabile, sul mio viso e sul mio collo. Bagna e consuma il mio respiro fino a farmi quasi svenire su di te, ma questo non ti basta ancora. Vuoi di più, vuoi sentirmi morire per essere più forte di me. Cominci a mordere, assaggi e strappi brandelli del mio collo e poi risali adagio fino al mio orecchio bisbigliando una parola alla volta, scandendo tutto perché io possa capire, perché io possa sentire sopra il tremore che mi rende sorda:
"Sei mia, e lo sarai finché non avrò finito con te".
Me lo ripeti tutte le volte che scendi in questo sotterraneo per venire da me, e sempre con lo stesso tono. Mai arrabbiato o mai addolcito dall'amore, tu hai solo il tono freddo di una bestia che vuole qualcosa e quel qualcosa io non posso negartelo. Implorare è stupido e tentare di fermarti è un modo per allungare la mia agonia, l'ho imparato con il tempo e così me ne resto ferma e aspetto che tu sia sazio. Chiudo gli occhi, serro la bocca e conficco le unghie ancora più dentro fino a sentire il dolore, fino a quando la rabbia e il sangue non mi annullano. E allora tutto tace. Quando mi sveglio tu non ci sei mai, sei già scappato via, vigliacco.
Cerco di sedermi e comincio a massaggiare i lividi per rivivere sulla pelle quello che non riesco a ricordare e infilzo ago e filo sulle labbra irregolari delle mie ferite per sentire la pena che ho cancellato, alcune volte basta poco per rivivere e guarire ma altre volte non basterebbe una vita intera per rimarginare tutto. Mentre chiudo le ferite sento nello stomaco il marcio di questa vita mischiarsi con l'orgoglio, lo sento sempre, sento come si uniscono e come mi danno una scarica di adrenalina che mi percorre i muscoli, sento di essere invincibile da sola in questo scantinato con le mani piene delle mie cicatrici.
Prima che l'effetto della paura svanisca mi alzo in piedi e comincio a urlare a pieni polmoni mentre le mani e le gambe martellano contro la porta chiusa a chiave, vogliono sfondarla e darmi una via di fuga. Sono talmente piena di voglia di vita, in quei momenti, che non penso ad altro che a quella porta chiusa e a quello che ci potrebbe essere per me di là da quella. Mi consumo le nocche, ogni giorno e ogni notte, su quella porta ma non sono mai riuscita nemmeno a farla vacillare. Si apre solo quando lui torna, poco prima che tutto ricominci.
Quando le mani non riescono più ad alzarsi contro le catene del portone capisco che sto tornando in me e che fra poco mi accascerò contro il muro, succede sempre così, e che accarezzando la parete con le lacrime mi addormenterò di un sonno instabile come di quelli che sono troppo stanchi anche per sognare o troppo amareggiati dal mondo per accorgersi che nascosta poco più avanti c'è, e c'era sempre stata, una finestra aperta. La via d'uscita era lì a nemmeno un metro dalle mie gambe, ma io non l'avevo mai voluta trovare.
Una volta uscita chi sarei stata?
Chiusa era il mio essere e la mia definizione, libera sarebbe stato troppo per una vita sola.

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