La Regina Pazza
Un tuffo al cuore e sono al nostro solito posto. Il respiro
si accelera e poi si ferma improvvisamente, il corpo è tutto teso e gli occhi
ti aspettano. Sono convinti che tu comparirai da dietro qualche angolo fra una
manciata di secondi. Ah, che stupida! Dopo poco la mente ricorda e gli occhi si
abbassano consci che non arriverà più nessuno. Mille volte sono tornata in quel
posto. All’inizio mi avvicinavo appena, ci giravo intorno come un avvoltoio
sulla preda, peccato che la preda ero io. Poi mi sono decisa a tornare, mi sono
decisa ad entrare un’altra volta in quella che è per me la casa del dolore e
del ricordo. Tutto è come lo abbiamo lasciato. Immacolato, un piccolo altare
nel deserto. I segni del tempo hanno corroso e calpestato ogni cosa intorno ma
non si sono arrischiati a toccare quel luogo sacro. Sacro? Forse, un tempo! Ma che sto dicendo, era sacro senza ombra di
dubbio. Quello era il nostro rifugio, il nostro giardino dell’Eden, il nostro mondo: dove amore regnava trionfante. Ma adesso amore è scappato, è fuggito dal mio
cuore e quel luogo incantato è divenuto il nostro inferno. Il mio inferno. E
così ogni attimo prego urlando che il tempo cambi idea, che ritorni implacabile
a finire la sua opera di distruzione, portandosi via quello che rimane.
Dio, come vorrei che lo avesse già fatto!
Invece nemmeno un’ombra di polvere è riuscita a velare queste cianfrusaglie e questi dannati ricordi. Eccoli sono tutti schierati davanti a me come soldati sull’attenti: perfetti nelle loro divise da assassini. Ho gli occhi in fiamme, e la mia mano trema posseduta, non si trattiene. Un unico colpo veloce del braccio e tutti quegli stupidi ricordi impettiti sono a terra. Finalmente frantumati, lacerati e insozzati nella melma del tempo. Che gusto, che felicità! Sono stata io sola a ridurli in briciole, compiendo anche quello che il divino tempo non era stato in grado di fare o che non aveva voluto fare. Ed ora capisco perché il tempo non si era arrischiato a commettere un simile sacrilegio. Conosco fin troppo bene le conseguenze di quest’atto empio che le mie mani mortali hanno compiuto in un attimo di gioia perfetta.
Buttando al diavolo la nostalgia e il dolore ho ottenuto qualcosa di ben peggiore: la Pazzia. Lei è la mia nuova compagna, è lei che mi scalda e mi consola. Siamo io e lei dentro questa prigione di ricordi. Insieme abbiamo completato la mia opera: non un solo ricordo è rimasto intatto, giacciono tutti deformati o sbudellati a terra sotto i miei piedi. Nemmeno uno è quello che era prima; non sono più promesse di felicità ma solo stigmate degli anni che dovrò scontare accompagnata dalla mia fedele guardina. Ma che importa? Ma che importa se dovrò essere pazza eternamente quando, per una frazione di secondo, posso sentire la vetta più alta dell’appagamento, quando per un istante posso sentire, finalmente, il pungolo del desiderio umano chetarsi; ora ditemi, che importa?
Camminare fra quei brandelli e quelle schegge acuminate senza sentire il ben che minimo dolore, quello è il mio appagamento.
Sono forte più di chiunque altro, sono un Dio che ha vinto il pianto e la rabbia. Sono la Creatrice di quel caos, che è la mia nuova dimora. Sono la Regina di questo mosaico di emozioni morte. Sono la Regina pazza di questa casa decadente e putrida, incoronata dalla Pazzia in persona. Sono io che ti chiamo e ti reclamo, urlando nella notte, ma non temere sei al sicuro finché ci sarà la Pazzia a prendersi cura di me. Quando, però, lei non sarà più sufficiente, sappi che avrò bisogno di te e non avrò pietà nel richiamarti a me.
Dio, come vorrei che lo avesse già fatto!
Invece nemmeno un’ombra di polvere è riuscita a velare queste cianfrusaglie e questi dannati ricordi. Eccoli sono tutti schierati davanti a me come soldati sull’attenti: perfetti nelle loro divise da assassini. Ho gli occhi in fiamme, e la mia mano trema posseduta, non si trattiene. Un unico colpo veloce del braccio e tutti quegli stupidi ricordi impettiti sono a terra. Finalmente frantumati, lacerati e insozzati nella melma del tempo. Che gusto, che felicità! Sono stata io sola a ridurli in briciole, compiendo anche quello che il divino tempo non era stato in grado di fare o che non aveva voluto fare. Ed ora capisco perché il tempo non si era arrischiato a commettere un simile sacrilegio. Conosco fin troppo bene le conseguenze di quest’atto empio che le mie mani mortali hanno compiuto in un attimo di gioia perfetta.
Buttando al diavolo la nostalgia e il dolore ho ottenuto qualcosa di ben peggiore: la Pazzia. Lei è la mia nuova compagna, è lei che mi scalda e mi consola. Siamo io e lei dentro questa prigione di ricordi. Insieme abbiamo completato la mia opera: non un solo ricordo è rimasto intatto, giacciono tutti deformati o sbudellati a terra sotto i miei piedi. Nemmeno uno è quello che era prima; non sono più promesse di felicità ma solo stigmate degli anni che dovrò scontare accompagnata dalla mia fedele guardina. Ma che importa? Ma che importa se dovrò essere pazza eternamente quando, per una frazione di secondo, posso sentire la vetta più alta dell’appagamento, quando per un istante posso sentire, finalmente, il pungolo del desiderio umano chetarsi; ora ditemi, che importa?
Camminare fra quei brandelli e quelle schegge acuminate senza sentire il ben che minimo dolore, quello è il mio appagamento.
Sono forte più di chiunque altro, sono un Dio che ha vinto il pianto e la rabbia. Sono la Creatrice di quel caos, che è la mia nuova dimora. Sono la Regina di questo mosaico di emozioni morte. Sono la Regina pazza di questa casa decadente e putrida, incoronata dalla Pazzia in persona. Sono io che ti chiamo e ti reclamo, urlando nella notte, ma non temere sei al sicuro finché ci sarà la Pazzia a prendersi cura di me. Quando, però, lei non sarà più sufficiente, sappi che avrò bisogno di te e non avrò pietà nel richiamarti a me.

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