Il ritratto
"Ti odio! Hai rovinato la mia vita, vattene via!" urlò la splendida ragazza in piedi al centro della stanza semivuota, mentre lottava per fermare il tremito del suo corpo scosso dalla rabbia e dal dolore. Era paralizzata in quella posa aspettando una reazione dalla figura imponente e ombrosa di fronte a lei.
"La tua vita faceva già schifo quando ti ho conosciuta, non dare la colpa a me! Io..non ho fatto altro...ma vai al diavolo, donna!"
Urlò più forte di lei, facendola rabbrividire di terrore, e si lanciò fuori dalla loro camera da letto chiudendo, con uno schianto di rabbia seguito da una imprecazione, la porta.
Le urla erano finite. Ora, c'era solo il silenzio.
La donna rimasta finalmente sola non seppe più dominarsi e si lasciò andare, preda di una miriade di emozioni laceranti. Le lacrime scorrevano calde, liberatorie sulle sue guance lievemente arrossate dallo scontro appena sostenuto, il corpo pian piano comincio ad essere straziato da pesanti singulti e da tremiti incontrollabili; la donna si rannicchiò al centro del letto, enorme, che occupava l'intera stanza, appoggiò la schiena contro la gelida testata del letto e si tirò al petto le ginocchia stringendole con le braccia fino a farsi male, fino a non riuscire più a respirare. Sembrava più una ragazzina spaventata che una donna offesa da un uomo che fino a quel momento era stata la sua unica famiglia. Rimase a singhiozzare finché il pianto non si attenuò da solo, e al suo posto comparve un piccolo broncio che la faceva sembrare ancora più indifesa. Lasciò che la frustrazione e le angosce di quelle settimane svanissero nella fresca brezza marina dell'isola e che il sole ormai calante nelle profondità oceaniche le riscaldasse la schiena coperta solo da una sottilissima tunica bianca. Si era rilassata, e i suoi nervi si erano distesi ma la sua mente era ancora un turbinio senza posa di emozioni e ricordi, che le incupivano il volto aggraziato e le svuotavano gli occhi.
L'uomo era rimasto appoggiato contro la porta per tutto il tempo ad ascoltare ogni tremito e ogni lacrima finché tornò il silenzio e seppe che la donna si era calmata o addormentata, spossata dai continui litigi e dal caldo soffocante dell'isola in quel periodo.
Ascoltare la donna che amava, piangere così disperatamente per lui, era stato atroce. Ogni lacrima che rigava quel volto perfetto era una stilettata dritta al suo cuore, e per ogni brivido di rabbia che le alterava il dolce sorriso l'uomo si sentiva morire. Alla fine il silenzio era stata una liberazione anche per lui, non avrebbe sopportato oltre quei singhiozzi. Più volte era stato sul punto di rientrare in quella stanza e di prendere la minuscola donna fra le sue braccia forti e di consolarla. Ma si era sempre tirato indietro. Il suo orgoglio lo aveva fermato.
In quel momento, però, voleva solo entrare ed accertarsi che sua moglie stesse bene. Ma sapeva che aveva ferito duramente il suo animo con la sua collera e che forse era meglio lasciarla riposare un po', evitando di riaccendere le urla.
Così scese in strada, fuori da quella loro casetta quasi fatiscente. L'avevano scelta qualche mese prima, al loro arrivo sull'isola, perché era una delle poche che dava direttamente sull'Oceano: il loro giardino era una spiaggia di sabbia bianchissima e una distesa infinita di acqua cristallina. E poi la casa era piccola adatta alle esigenze di una coppia di sposi novelli. Ma soprattutto era bianca. Completamente bianca, all'esterno e all'interno; era un rifugio immacolato sotto quel cielo torrido. L'uomo distolse lo sguardo dalla casa con un grugnito, non riusciva a guardarla senza pensare a tutte le promesse di felicità che rappresentava. Prese a camminare su e giù lungo la spiaggia, come un animale in gabbia. La sua pelle resa scura dai mesi passati al sole, risplendeva dorata; e la sua figura alta e snella era ancora più bella in quelle vesti bianche da isolano e i suoi muscoli d'acciaio guizzavo veloci ogni volta che si muoveva o che voltava la testa in direzione ora del mare ora della casa. Poi si fermò e prese a contemplare la massa d'acqua che piano piano si scuriva e si screziava di rosa e di oro sotto l'effetto del tramonto vivido di quella sera; avrebbe tanto voluto che sua moglie fosse lì accanto a lui, appoggiata al suo braccio, a condividere con lui quella meraviglia. Ma di fatto era solo. La cosa lo fece arrabbiare ancora di più, quindi si diresse di gran carriera verso il misero ripostiglio a pochi passi dalla casa. Una volta dentro cominciò a rovistare in cerca di qualcosa e alla fine si fermò tenendo in mano un vecchio pennello ingiallito e un piccolo barattolo di vernice nera, stranamente ancora utilizzabile e non secca sotto quella calura rovente. Tornò in casa soddisfatto e con la massima cura socchiuse la porta della loro camera e sbirciò per vedere che cosa stesse facendo la donna.
Lei era ancora al centro del letto con le ginocchia strette al petto e gli occhi vacui puntati davanti a sé. Sembrava una visione: il cielo che ora si era fatto plumbeo e scuro proiettava strane ombre nella stanza e sulla creatura appollaiata sul letto, i suoi capelli dorati che le ricadevano sulla schiena e parte sul viso, ora, avevano assunto il colore dell'oro maturo delle spighe di grano e i delicati riccioli che svolazzavano sul viso della donna creavano delle linee mai viste prima, sembrava un guerriero prima della battaglia. Era meravigliosa: piccola e letale. L'uomo era senza fiato e a bocca aperta non osava entrare nella stanza, timoroso di spezzare quella visione e di farsi scoprire. Alla fine fu la donna ad accorgersi della figura del marito che la scrutava dalla porta socchiusa, si ridestò e drizzandosi immediatamente si alzò dal letto e si preparò a riprendere la discussione da dove era stata lasciata, determinata più che mai a difendersi dall'uomo che aveva promesso di amare e rispettare. Lui si accorse del guizzo di determinazione che passò negli occhi della donna e spalancando la porta entrò facendo cenno che non aveva intenzione di disturbarla. Si girò frettolosamente verso la parete bianca che stava dietro il letto e cominciò a misurarla, ma con la coda dell'occhio teneva sotto controllo la moglie e quindi si accorse del lieve frusciare della sua veste mentre lei si rintanava in un cantuccio il più lontano possibile da lui. Si era seduta in un punto buio dove la luce del sole non arrivava più e da cui lei poteva osservare tranquillamente l'uomo senza che lui potesse vederla. Rassegnato l'uomo immerse il pennello nella vernice nera e cominciò a macchiare il muro immacolato con tratti netti e veloci. La donna non sapeva bene che cosa stesse facendo e da dove era non riusciva nemmeno a distinguere che cosa raffigurasse il disegno. Ogni tanto muoveva il collo cercando di cambiare visuale per vedere oltre la schiena possente dell'uomo, ma non riusciva e così si logorava nell'attesa. Il marito si accorse della curiosità della sua amata e con un sorriso appena velato si concentrò per finire l'opera. Aveva finito. Arretrò di qualche passo dal muro e si ritenne soddisfatto, si affrettò a raccogliere pennello e vernice e ad abbandonare la stanza. Sulla porta non si trattenne e lanciò uno sguardo veloce alla moglie e notò compiaciuto che il suo viso era contratto in una muta espressione di stupore. Sogghignando uscì fuori sulla veranda a godersi la brezza serale e una sigaretta. La donna si mosse sbalordita verso la parete che ora riportava un suo ritratto. Suo marito l'aveva dipinta nella esatta posizione in cui l'aveva trovata nella stanza e con la stessa espressione confusa e triste, poi aveva scritto velocemente con il suo inconfondibile tratto maschile "Ti amo, e lo farò sempre." La donna ora piangeva di gioia e dimentica della rabbia e della frustrazione di qualche minuto prima, corse sulla veranda e si gettò fra le braccia brune del marito, che come sempre la strinsero forte e la schiacciarono contro il suo petto. I loro occhi si incontrarono veloci e la passione li travolse, le loro bocche si sfiorarono e poi baci ardenti vennero scambiati senza pausa e finché la loro lussuria non venne appagata non si staccarono l'uno dall'altra. Dormirono e si cercarono per tutta la notte e così per tante notti a venire, sussurrandosi "ti amo" febbricitanti, sotto quella malinconica donna ritratta.
"La tua vita faceva già schifo quando ti ho conosciuta, non dare la colpa a me! Io..non ho fatto altro...ma vai al diavolo, donna!"
Urlò più forte di lei, facendola rabbrividire di terrore, e si lanciò fuori dalla loro camera da letto chiudendo, con uno schianto di rabbia seguito da una imprecazione, la porta.
Le urla erano finite. Ora, c'era solo il silenzio.
La donna rimasta finalmente sola non seppe più dominarsi e si lasciò andare, preda di una miriade di emozioni laceranti. Le lacrime scorrevano calde, liberatorie sulle sue guance lievemente arrossate dallo scontro appena sostenuto, il corpo pian piano comincio ad essere straziato da pesanti singulti e da tremiti incontrollabili; la donna si rannicchiò al centro del letto, enorme, che occupava l'intera stanza, appoggiò la schiena contro la gelida testata del letto e si tirò al petto le ginocchia stringendole con le braccia fino a farsi male, fino a non riuscire più a respirare. Sembrava più una ragazzina spaventata che una donna offesa da un uomo che fino a quel momento era stata la sua unica famiglia. Rimase a singhiozzare finché il pianto non si attenuò da solo, e al suo posto comparve un piccolo broncio che la faceva sembrare ancora più indifesa. Lasciò che la frustrazione e le angosce di quelle settimane svanissero nella fresca brezza marina dell'isola e che il sole ormai calante nelle profondità oceaniche le riscaldasse la schiena coperta solo da una sottilissima tunica bianca. Si era rilassata, e i suoi nervi si erano distesi ma la sua mente era ancora un turbinio senza posa di emozioni e ricordi, che le incupivano il volto aggraziato e le svuotavano gli occhi.
L'uomo era rimasto appoggiato contro la porta per tutto il tempo ad ascoltare ogni tremito e ogni lacrima finché tornò il silenzio e seppe che la donna si era calmata o addormentata, spossata dai continui litigi e dal caldo soffocante dell'isola in quel periodo.
Ascoltare la donna che amava, piangere così disperatamente per lui, era stato atroce. Ogni lacrima che rigava quel volto perfetto era una stilettata dritta al suo cuore, e per ogni brivido di rabbia che le alterava il dolce sorriso l'uomo si sentiva morire. Alla fine il silenzio era stata una liberazione anche per lui, non avrebbe sopportato oltre quei singhiozzi. Più volte era stato sul punto di rientrare in quella stanza e di prendere la minuscola donna fra le sue braccia forti e di consolarla. Ma si era sempre tirato indietro. Il suo orgoglio lo aveva fermato.
In quel momento, però, voleva solo entrare ed accertarsi che sua moglie stesse bene. Ma sapeva che aveva ferito duramente il suo animo con la sua collera e che forse era meglio lasciarla riposare un po', evitando di riaccendere le urla.
Così scese in strada, fuori da quella loro casetta quasi fatiscente. L'avevano scelta qualche mese prima, al loro arrivo sull'isola, perché era una delle poche che dava direttamente sull'Oceano: il loro giardino era una spiaggia di sabbia bianchissima e una distesa infinita di acqua cristallina. E poi la casa era piccola adatta alle esigenze di una coppia di sposi novelli. Ma soprattutto era bianca. Completamente bianca, all'esterno e all'interno; era un rifugio immacolato sotto quel cielo torrido. L'uomo distolse lo sguardo dalla casa con un grugnito, non riusciva a guardarla senza pensare a tutte le promesse di felicità che rappresentava. Prese a camminare su e giù lungo la spiaggia, come un animale in gabbia. La sua pelle resa scura dai mesi passati al sole, risplendeva dorata; e la sua figura alta e snella era ancora più bella in quelle vesti bianche da isolano e i suoi muscoli d'acciaio guizzavo veloci ogni volta che si muoveva o che voltava la testa in direzione ora del mare ora della casa. Poi si fermò e prese a contemplare la massa d'acqua che piano piano si scuriva e si screziava di rosa e di oro sotto l'effetto del tramonto vivido di quella sera; avrebbe tanto voluto che sua moglie fosse lì accanto a lui, appoggiata al suo braccio, a condividere con lui quella meraviglia. Ma di fatto era solo. La cosa lo fece arrabbiare ancora di più, quindi si diresse di gran carriera verso il misero ripostiglio a pochi passi dalla casa. Una volta dentro cominciò a rovistare in cerca di qualcosa e alla fine si fermò tenendo in mano un vecchio pennello ingiallito e un piccolo barattolo di vernice nera, stranamente ancora utilizzabile e non secca sotto quella calura rovente. Tornò in casa soddisfatto e con la massima cura socchiuse la porta della loro camera e sbirciò per vedere che cosa stesse facendo la donna.
Lei era ancora al centro del letto con le ginocchia strette al petto e gli occhi vacui puntati davanti a sé. Sembrava una visione: il cielo che ora si era fatto plumbeo e scuro proiettava strane ombre nella stanza e sulla creatura appollaiata sul letto, i suoi capelli dorati che le ricadevano sulla schiena e parte sul viso, ora, avevano assunto il colore dell'oro maturo delle spighe di grano e i delicati riccioli che svolazzavano sul viso della donna creavano delle linee mai viste prima, sembrava un guerriero prima della battaglia. Era meravigliosa: piccola e letale. L'uomo era senza fiato e a bocca aperta non osava entrare nella stanza, timoroso di spezzare quella visione e di farsi scoprire. Alla fine fu la donna ad accorgersi della figura del marito che la scrutava dalla porta socchiusa, si ridestò e drizzandosi immediatamente si alzò dal letto e si preparò a riprendere la discussione da dove era stata lasciata, determinata più che mai a difendersi dall'uomo che aveva promesso di amare e rispettare. Lui si accorse del guizzo di determinazione che passò negli occhi della donna e spalancando la porta entrò facendo cenno che non aveva intenzione di disturbarla. Si girò frettolosamente verso la parete bianca che stava dietro il letto e cominciò a misurarla, ma con la coda dell'occhio teneva sotto controllo la moglie e quindi si accorse del lieve frusciare della sua veste mentre lei si rintanava in un cantuccio il più lontano possibile da lui. Si era seduta in un punto buio dove la luce del sole non arrivava più e da cui lei poteva osservare tranquillamente l'uomo senza che lui potesse vederla. Rassegnato l'uomo immerse il pennello nella vernice nera e cominciò a macchiare il muro immacolato con tratti netti e veloci. La donna non sapeva bene che cosa stesse facendo e da dove era non riusciva nemmeno a distinguere che cosa raffigurasse il disegno. Ogni tanto muoveva il collo cercando di cambiare visuale per vedere oltre la schiena possente dell'uomo, ma non riusciva e così si logorava nell'attesa. Il marito si accorse della curiosità della sua amata e con un sorriso appena velato si concentrò per finire l'opera. Aveva finito. Arretrò di qualche passo dal muro e si ritenne soddisfatto, si affrettò a raccogliere pennello e vernice e ad abbandonare la stanza. Sulla porta non si trattenne e lanciò uno sguardo veloce alla moglie e notò compiaciuto che il suo viso era contratto in una muta espressione di stupore. Sogghignando uscì fuori sulla veranda a godersi la brezza serale e una sigaretta. La donna si mosse sbalordita verso la parete che ora riportava un suo ritratto. Suo marito l'aveva dipinta nella esatta posizione in cui l'aveva trovata nella stanza e con la stessa espressione confusa e triste, poi aveva scritto velocemente con il suo inconfondibile tratto maschile "Ti amo, e lo farò sempre." La donna ora piangeva di gioia e dimentica della rabbia e della frustrazione di qualche minuto prima, corse sulla veranda e si gettò fra le braccia brune del marito, che come sempre la strinsero forte e la schiacciarono contro il suo petto. I loro occhi si incontrarono veloci e la passione li travolse, le loro bocche si sfiorarono e poi baci ardenti vennero scambiati senza pausa e finché la loro lussuria non venne appagata non si staccarono l'uno dall'altra. Dormirono e si cercarono per tutta la notte e così per tante notti a venire, sussurrandosi "ti amo" febbricitanti, sotto quella malinconica donna ritratta.

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