Urlo di autodistruzione

Sto male. Sento il dolore che si insinua fra i muscoli e li blocca in una morsa.
Sono distesa su questo letto da ore, forse da giorni. Non saprei dirlo, mi sono estraniata dal flusso del tempo da così tanto che ho perso ogni contatto con tutto quello che è vivo al di fuori di queste quattro mura. Mura che sono il mio rifugio e la mia cella. Non sono più in grado di distinguere né luce né buio perché ormai per me esiste solo la notte eterna che filtra da quella finestra.
Mi sono svegliata da un sonno stanco, da un dormiveglia malato che non riposa ma che logora fino a far perdere conoscenza per qualche minuto e quello è tutto ciò che ti viene concesso: qualche minuto di incoscienza per riprenderti e farti continuare ancora.
Sono sveglia e distesa su questo letto, che forse non è nemmeno mio. Cerco di sedermi e di mettere a fuoco quello che mi circonda per vedere se riesco a riconoscere qualcosa. Chiamo a raccolta i muscoli, ma quelli non rispondono, sono insensibili, sono incapaci di muoversi; più mi sforzo e più quelli non vogliono sentire ragioni. Così muovo la testa da una parte all'altra senza sosta e senza scopo, perché quella è l'unica parte del corpo che ancora posso controllare.
Continuo e continuo a ruotare la testa, sbatto il viso ora a sinistra e ora a destra ma sento solo la putredine che sale dalle coperte sotto di me, e i capelli mi si avviluppano in un'unica matassa disordina davanti agli occhi e al naso e così non respiro e non vedo.
Mi fermo, ansante, per ritrovare il fiato. Ma l'aria non fa in tempo ad arrivare ai polmoni che un urlo terribile, profondo e inumano mi scalda la gola. I muscoli inattivi si sono rianimati, a comandarli non la mia volontà ma il mio dolore e la mia rabbia. Tutto il malessere e l'agonia che per giorni sono stati con me e dentro di me, in quel sonno ingannevole e in quella stanza senza luce, ora, si riversano come lava incandescente nei miei muscoli. Un fuoco sacro sta lavando le mie ossa e le mie viscere, scarnificando e portando via ogni inquietudine ed ogni tormento.
Da quelle ceneri sarei rinata o sarei morta, senza altra possibilità.
E più quel calore infernale mi scavava e più l'urlo cresceva di intensità, di volume: la stanza era troppo piccola per contenerlo, le pareti troppo sottili per reggere. La bocca e il viso sono alterati dal dolore mentre il corpo si muove disarticolato senza direzione e senza grazia. Le braccia, ora, penzolano dal letto, ora, imprecano contro il soffitto diritte e robuste; le gambe si muovono con il busto in un continuo andare e tornare, girare e fermarsi senza tregua.
Sono una povera demente che urla ad un fantasma che nessuno vede, sono una povera pazza che cerca di scacciare dal suo essere e dalle sue fantasie quelle immagini raccapriccianti e monotone, schiacciando la testa fra quel sudiciume. Ma non c'è speranza e l'urlo cresce inesorabile.
Io urlo, come una dannata, ma a sentirmi non c'è nessuno, sono chiusa in questa gabbia solo mia.
Non ho più fiato, la gola sanguina per lo sforzo e il corpo non ha più forza per reggere: lo sento, sta per abbandonare. Cede ed io con lui. Un'unica lacrima trova posto sul mio viso deformato, una sola, salata e dura che scende mentre mi divincolo, scende e arriva al cuore.
Lì si ferma.
Bum.
Un battito.
La lacrima trema.
Bum.
Un altro battito.
La lacrima trema ancora.
Bum.
Il cuore.
Bum.
Collassa.
Bum.
L'urlo muore.
La lacrima non trema più.
Io non ci sono più.



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