La vasca del sesto piano
Alexandria si era appena svegliata, era tardi. Ogni tanto di sera lavorava in un bar ma da qualche settimana non aveva impegni, così si alzava dal letto quando preferiva. Di solito lasciava che fosse il corpo a decidere, quando sentiva le carni indolenzite per la stessa posa, si destava. Anche questa mattina era successo lo stesso, la schiena aveva cominciato a protestare per la posizione rannicchiata, tipica del suo sonno profondo. Al primo sentore di formicolio si era raddrizzata stropicciandosi gli occhi e cercando a tentoni, nella stanza semibuia, qualcosa da infilarsi addosso.
La nudità la affascinava, era quasi una sua perversione. Pensare di stare vestita anche sotto le coperte le sembrava strano al limite dell'incomprensibile sia che sotto quelle coperte fosse sola o che non lo fosse. Quella nudità era diventata per lei come una fissa fin da quando era ragazza nella sua vecchia casa quando ancora abitava con i suoi genitori. Rovistando con la mano aveva trovato solo la maglietta di David, non c'era da stupirsi quel ragazzo era, se possibile, più disordinato di lei e lasciava la sua roba sempre nel posto sbagliato. Ma Alexandria non pesava a questo mentre, con un sorriso sornione, si faceva scivolare quell'indumento morbido e largo sulle membra ancora calde e intorpidite dal sonno. Pensava a come afferrandola fosse stata certa che quella T-shirt fosse di David, sapeva riconoscere il suo odore fra decine di altri, non era un profumo o un bagnoschiuma in particolare a guidarla era proprio il sapore della sua pelle a renderla sicura. Conosceva David da sempre, non esistevano calcoli di anni o di mesi per definire il loro stare insieme, e il suo odore era per lei l'abbraccio di una casa e di una famiglia.
Con le gambe ancora mal ferme si diresse verso la cucina sperando di incontrarlo. La mattina odiava stare sola forse perchè provava lo stesso senso di inquietudine che provava da bambina quando i genitori la lasciavano da sola a casa, non che lo facessero per cattiveria ma lei non lo aveva mai sopportato ugualmente. Ma David però non c'era. Lui era uno di quelli a cui piace uscire presto la mattina, uno di quelli a cui piace veramente andare a fare colazione al bar e mangiare ciambelle calde, non come a tutti gli altri che lo fanno solo perché si deve fare; lui era proprio felice di scambiare qualche parola con il barista mentre si trangugiava la sua pasta e mentre con gli occhi spiluccava qualche notizia saliente dal giornale trovato sul bancone. Era fatto così, e ad Alexandria piaceva proprio per questo.
Visto che non c'era nessuno e che lei odiava fare colazione da sola, decise di farsi un bagno nella enorme vasca che avevano nel loro misero bagno. Come arredatori non avrebbero avuto futuro: avevano fatto di tutto per incastrare un'enorme vasca in stile vittoriano bianca e bordata di rosso sangue in un bagno che, anche senza un esperto, non poteva contenerla. Ma a quella vasca, comprata in un mercatino in fondo alla strada, non volevano rinunciare un po' perché entrambi amavano sciogliersi in un bagno caldo e un po' perché era della misura esatta a contenerli insieme, schiacciati uno contro l'altro. Alexandria aprì l'acqua bollente e mentre aspettava che quella si riempisse al punto giusto si mise a giocherellare con il getto, le dita danzavano su quell'onda lunga cercando ora di fermarla ora di assecondarla. La vasca era piena per metà, e Alexandria con un unico gesto sinuoso inarcò la schiena per togliersi i vestiti, alzò prima una e poi l'altra gamba snella per entrare e infine delicatamente fece cadere dalla punta delle dita la maglietta. Si immerse in fretta gioendo del calore e delle prime bolle di sapone che si creavano. In breve si accasciò con la schiena insaponata contro la pietra fredda della vasca e il mento sulle ginocchia, i capelli fradici a solcarle il volto di tanti rigagnoli irregolari di acqua e gli occhi immersi fuori, oltre la minuscola finestrella del bagno.
La finestra non aveva tende, non si era mai posta il problema di comprarle. Aveva preso quella stanza al sesto piano di una palazzina scalcinata già arredata e lei l'aveva solo riempita con le sue cose, non troppe, aveva poco ma quello che aveva le bastava. Chi abitava prima di lei non le aveva o forse se le era portate via, e ad Alexandria andava bene così. La libertà l'aveva sempre ossessionata e ogni cosa per lei doveva avere una via di fuga, anche una insulsa finestrella del sesto piano. E poi oltre quel riquadro non c'era nulla, nessun vicino da spiare o da cui essere spiata, nessun panorama da vedere o nessun sole da cui ripararsi. C'era il muro, quello sì. I mattoncini rossi e regolari della palazzina, identica alla sua, costruita davanti. Sebbene non ci fosse davvero niente da guardare Alexandria si fissava sempre su quei mattoni. Su quella parete proiettava il trascorrere della sua vita: il sorriso tirato di sua madre quando le aveva detto che avrebbe abbandonato la scuola per viaggiare, il gusto del caffè appena tostato di una bar di periferia, il dolore di uno schiaffo di suo padre, le porte di un autobus che si aprono e si chiudono, la fila nella mensa scolastica, le sigarette, il saluto del suo nuovo vicino di casa. La sua quotidianità era spiattellata lì davanti ai suoi occhi per essere vivisezionata e analizzata alla ricerca di qualcosa. Ma che cosa?
Alexandria cercava la sua costante: il sorriso di David, i loro giochi da bambini, il sapore della sua carne, le loro famiglie, le rughe del suo viso, le loro lacrime, i suoi occhi veloci sul suo corpo e i loro viaggi. David era il suo punto fermo.
La porta del bagno era aperta, lasciata aperta, serviva sempre una via di fuga. La porta scricchiolò lentamente all'interno della stanza, così che Alexandria si portò velocemente le mani al petto spostando lo sguardo verso l'ingresso. C'era un viso famigliare, il solo forse che avesse rimasto, ad attenderla con le braccia piene di buste della spesa, gli occhi sereni e i capelli neri. Era la stessa persona che l'aveva seguita ovunque lei volesse andare, non si faceva domande e non le faceva a lei, sapeva che la sua Alexandria aveva bisogno di fuggire e di non voltarsi indietro, di recidere rapporti ed infinite possibilità di felicità; sapeva tutto questo di lei e anche di più e per questo aveva giurato di non lasciarla sola. Stavano insieme perché non erano mai stati l'uno senza l'altra, erano amici e amanti, fratello e sorella, madre e padre tutto allo stesso tempo. E quando lei decideva che quel posto era diventato stretto lui faceva i bagagli, le sorrideva e diceva: " E adesso dove andiamo, piccola?" Lei pescava dalla sua borsa un piccolo mappamondo malconcio lo faceva girare e lasciava che l'indice scivolasse con quello e quando il mondo smetteva di girare avevano il nome della loro nuova destinazione.
David posò le borse che aveva, si slacciò la cintura e si sbarazzò velocemente di ogni indumento facendone una pila a terra ai piedi della vasca. In silenzio entrò e si sistemò prendendo Alexandria fra le sue braccia e lasciando che i suoi irrequieti capelli gli spaziassero lungo il petto. La strinse a sé, sapendo già che stava per succedere. Conosceva il suo sguardo e quello che cercava di nascondergli e David ci aveva già letto dentro quello che lei non aveva il coraggio di dire ad alta voce, cioè che era arrivato il momento di ansarsene anche da quel sesto piano in mattoncini. Alexandria non aveva ancora aperto bocca, era stanca di fuggire ma ancor più era stanca di dovergli chiedere di seguirla. Sospirò con l'intenzione di parlare, ma il sospiro le riempì la bocca rendendola amara. David le scostò i capelli dall'orecchio, portandoli piano piano indietro, e poi sfiorandole il lobo con le labbra le sussurrò: "Dove questa volta, piccola? Hai già scelto?"
Alexandria trattene un gemito mordendosi le labbra, non era piacere ma solo doloroso stupore.
La nudità la affascinava, era quasi una sua perversione. Pensare di stare vestita anche sotto le coperte le sembrava strano al limite dell'incomprensibile sia che sotto quelle coperte fosse sola o che non lo fosse. Quella nudità era diventata per lei come una fissa fin da quando era ragazza nella sua vecchia casa quando ancora abitava con i suoi genitori. Rovistando con la mano aveva trovato solo la maglietta di David, non c'era da stupirsi quel ragazzo era, se possibile, più disordinato di lei e lasciava la sua roba sempre nel posto sbagliato. Ma Alexandria non pesava a questo mentre, con un sorriso sornione, si faceva scivolare quell'indumento morbido e largo sulle membra ancora calde e intorpidite dal sonno. Pensava a come afferrandola fosse stata certa che quella T-shirt fosse di David, sapeva riconoscere il suo odore fra decine di altri, non era un profumo o un bagnoschiuma in particolare a guidarla era proprio il sapore della sua pelle a renderla sicura. Conosceva David da sempre, non esistevano calcoli di anni o di mesi per definire il loro stare insieme, e il suo odore era per lei l'abbraccio di una casa e di una famiglia.
Con le gambe ancora mal ferme si diresse verso la cucina sperando di incontrarlo. La mattina odiava stare sola forse perchè provava lo stesso senso di inquietudine che provava da bambina quando i genitori la lasciavano da sola a casa, non che lo facessero per cattiveria ma lei non lo aveva mai sopportato ugualmente. Ma David però non c'era. Lui era uno di quelli a cui piace uscire presto la mattina, uno di quelli a cui piace veramente andare a fare colazione al bar e mangiare ciambelle calde, non come a tutti gli altri che lo fanno solo perché si deve fare; lui era proprio felice di scambiare qualche parola con il barista mentre si trangugiava la sua pasta e mentre con gli occhi spiluccava qualche notizia saliente dal giornale trovato sul bancone. Era fatto così, e ad Alexandria piaceva proprio per questo.
Visto che non c'era nessuno e che lei odiava fare colazione da sola, decise di farsi un bagno nella enorme vasca che avevano nel loro misero bagno. Come arredatori non avrebbero avuto futuro: avevano fatto di tutto per incastrare un'enorme vasca in stile vittoriano bianca e bordata di rosso sangue in un bagno che, anche senza un esperto, non poteva contenerla. Ma a quella vasca, comprata in un mercatino in fondo alla strada, non volevano rinunciare un po' perché entrambi amavano sciogliersi in un bagno caldo e un po' perché era della misura esatta a contenerli insieme, schiacciati uno contro l'altro. Alexandria aprì l'acqua bollente e mentre aspettava che quella si riempisse al punto giusto si mise a giocherellare con il getto, le dita danzavano su quell'onda lunga cercando ora di fermarla ora di assecondarla. La vasca era piena per metà, e Alexandria con un unico gesto sinuoso inarcò la schiena per togliersi i vestiti, alzò prima una e poi l'altra gamba snella per entrare e infine delicatamente fece cadere dalla punta delle dita la maglietta. Si immerse in fretta gioendo del calore e delle prime bolle di sapone che si creavano. In breve si accasciò con la schiena insaponata contro la pietra fredda della vasca e il mento sulle ginocchia, i capelli fradici a solcarle il volto di tanti rigagnoli irregolari di acqua e gli occhi immersi fuori, oltre la minuscola finestrella del bagno.
La finestra non aveva tende, non si era mai posta il problema di comprarle. Aveva preso quella stanza al sesto piano di una palazzina scalcinata già arredata e lei l'aveva solo riempita con le sue cose, non troppe, aveva poco ma quello che aveva le bastava. Chi abitava prima di lei non le aveva o forse se le era portate via, e ad Alexandria andava bene così. La libertà l'aveva sempre ossessionata e ogni cosa per lei doveva avere una via di fuga, anche una insulsa finestrella del sesto piano. E poi oltre quel riquadro non c'era nulla, nessun vicino da spiare o da cui essere spiata, nessun panorama da vedere o nessun sole da cui ripararsi. C'era il muro, quello sì. I mattoncini rossi e regolari della palazzina, identica alla sua, costruita davanti. Sebbene non ci fosse davvero niente da guardare Alexandria si fissava sempre su quei mattoni. Su quella parete proiettava il trascorrere della sua vita: il sorriso tirato di sua madre quando le aveva detto che avrebbe abbandonato la scuola per viaggiare, il gusto del caffè appena tostato di una bar di periferia, il dolore di uno schiaffo di suo padre, le porte di un autobus che si aprono e si chiudono, la fila nella mensa scolastica, le sigarette, il saluto del suo nuovo vicino di casa. La sua quotidianità era spiattellata lì davanti ai suoi occhi per essere vivisezionata e analizzata alla ricerca di qualcosa. Ma che cosa?
Alexandria cercava la sua costante: il sorriso di David, i loro giochi da bambini, il sapore della sua carne, le loro famiglie, le rughe del suo viso, le loro lacrime, i suoi occhi veloci sul suo corpo e i loro viaggi. David era il suo punto fermo.
La porta del bagno era aperta, lasciata aperta, serviva sempre una via di fuga. La porta scricchiolò lentamente all'interno della stanza, così che Alexandria si portò velocemente le mani al petto spostando lo sguardo verso l'ingresso. C'era un viso famigliare, il solo forse che avesse rimasto, ad attenderla con le braccia piene di buste della spesa, gli occhi sereni e i capelli neri. Era la stessa persona che l'aveva seguita ovunque lei volesse andare, non si faceva domande e non le faceva a lei, sapeva che la sua Alexandria aveva bisogno di fuggire e di non voltarsi indietro, di recidere rapporti ed infinite possibilità di felicità; sapeva tutto questo di lei e anche di più e per questo aveva giurato di non lasciarla sola. Stavano insieme perché non erano mai stati l'uno senza l'altra, erano amici e amanti, fratello e sorella, madre e padre tutto allo stesso tempo. E quando lei decideva che quel posto era diventato stretto lui faceva i bagagli, le sorrideva e diceva: " E adesso dove andiamo, piccola?" Lei pescava dalla sua borsa un piccolo mappamondo malconcio lo faceva girare e lasciava che l'indice scivolasse con quello e quando il mondo smetteva di girare avevano il nome della loro nuova destinazione.
David posò le borse che aveva, si slacciò la cintura e si sbarazzò velocemente di ogni indumento facendone una pila a terra ai piedi della vasca. In silenzio entrò e si sistemò prendendo Alexandria fra le sue braccia e lasciando che i suoi irrequieti capelli gli spaziassero lungo il petto. La strinse a sé, sapendo già che stava per succedere. Conosceva il suo sguardo e quello che cercava di nascondergli e David ci aveva già letto dentro quello che lei non aveva il coraggio di dire ad alta voce, cioè che era arrivato il momento di ansarsene anche da quel sesto piano in mattoncini. Alexandria non aveva ancora aperto bocca, era stanca di fuggire ma ancor più era stanca di dovergli chiedere di seguirla. Sospirò con l'intenzione di parlare, ma il sospiro le riempì la bocca rendendola amara. David le scostò i capelli dall'orecchio, portandoli piano piano indietro, e poi sfiorandole il lobo con le labbra le sussurrò: "Dove questa volta, piccola? Hai già scelto?"
Alexandria trattene un gemito mordendosi le labbra, non era piacere ma solo doloroso stupore.

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