Eiren
Eiren aveva freddo.
Lo sentiva scivolare dentro attraverso le labbra socchiuse e scendere in basso a riempirle i polmoni e a sfiorarle il cuore. Lo sentiva nelle orecchie quasi potesse dargli un suono, lo sentiva risuonare nella testa identico al rumore delle crepe inesorabili che tagliano la terra. Silenzio e suono fusi insieme a sbrindellarle la mente in un sibilo costante.
Le mani erano diventante paonazze nello sforzo di stringere intorno al corpo inerte la lana del suo maglione, le guance le tiravano e la pelle si sfaldava, crepandosi in lunghe rughe irregolari che le invecchiavano il viso già bagnato di lacrime rapprese al freddo. Gli occhi facevano fatica a vedere, accecati dal freddo biancore di quella neve statica che tutto aveva ricoperto.
Ad Eiren non piaceva pensare che la neve coprisse, la neve non copriva un bel niente. Magari fosse stata una coperta, ci si sarebbe ficcata dentro per farsi seppellire. La neve, invece, porta tutto alla luce, il bianco ti riempie gli occhi costringendoti a tenerli aperti per vedere che cosa c'è fuori. La neve ti rende incapace di ignorarla e di ignorare ogni cosa ci sia dentro di lei. Ti fa impazzire obbligandoti ad ammirarla, altro che nascondere.
Questo continuava a pensare mentre cercava di muovere i piedi chiusi nei suoi scarponcini rossi ormai da buttare.
Si erano inzuppati creando un contorno frastagliato: picchi e depressioni di rosso che andavano dalle vette del sangue purpureo giù giù fino alla tinta scolorita dagli anni di usura. Non le erano mai piaciuti tanto ma erano un regalo del padre, glieli aveva comprati anni fa, quando ancora viveva con lei e quando ancora avevano una famiglia. Agli altri diceva che li metteva per abitudine, ma lo faceva perché quelli erano il ricordo fisico di una delle più belle giornate mai passate con suo padre, un ricordo che poteva consumarsi ma non scomparire.
Eiren ci passò sopra un dito, lo fece correre sulle punte delle scarpe avanti ed indietro, con gli occhi chiusi a guardare davanti a sé. Sotto le dita poteva sentire l'accoglienza di quella pelle morbida e le ammaccature tanto famigliari. Quando era spaventata lo faceva sempre, si accovacciava a terra e si sfiorava le punte della scarpe, in silenzio per minuti interi, era il suo modo di calmarsi e di immaginare che non sempre era stata sola.
L'indice corre verso la destra delle scarpe sicuro e senza sorprese ed Eiren pensa che era lì seduta su quella panchina in mezzo alla neve appena caduta da parecchie ore; il dito corre indietro lungo la stessa traiettoria ed Eiren pensa ad Aderan, in casa che dormiva ancora ignaro della sua fuga.
Un brivido le cammina lungo la spina dorsale, una scossa elettrica fulminea e dolorosa che la riporta con le spalle contro il legno della panchina e le mani esangui lungo il corpo.
Aderan era la scossa al suo equilibrio, Aderan era l'uomo che dormiva nel suo letto, Aderan era l'uomo di cui si era innamorata. La consapevolezza che scaturiva dalla parola innamorata l'aveva portata a fuggire dal loro letto e a camminare per un'ora fino a quella panchina dove per alcuni minuti, inebetita da se stessa, aveva consumato quella parola fra i denti e la lingua masticandola senza mai farla scendere nello stomaco. Innamorata, per Eiren aveva lo stesso suono di una sirena che annuncia il pericolo. Sentiva in quell'approssimarsi lento ma inesorabile di amore anche il peso della futura caduta e della sua futura fine. Non poteva pensare all'amore senza pensare all'annientamento di sé stessa. Era certa di dover scegliere o Aderan o la sua pace.
E per Eiren la pace era come una droga di quelle più introvabili e soddisfacenti.
Si porta le mani agli occhi e sfrega forte per togliersi la patina di stanchezza che le gravava le palpebre e poi le fa scivolare scivolare sui capelli per intrappolare dietro le orecchie quelle ciocche di riccioli ribelli che le gravitavano continuamente sugli occhi.
Sorride nel farlo. Aderan la rimproverava sempre per quei capelli scompigliati che le coprivano il viso. Ed era proprio così che si erano conosciuti un anno prima, una vita prima. Eiren camminava per strada con un pesante cappellino di lana calzato sulla testa e con i riccioli sparpagliati sugli occhi, una mano in tasca e altra a tenere il segno in un libro dell'università, con lo sguardo basso e il passo spedito e Aderan era l'ostacolo sulla sua traiettoria. Lo prese in pieno, la sua testa contro il suo petto, la sua schiena circondata dalle mani gentili di lui. Aderan rise del rossore e dell'espressione sorpresa di Eiren mentre si chinava a raccoglierle il libro, ancora aperto alla pagina che stava tenendo, sull'asfalto. Prima di restituirle il libro, con la mano libera, in un unico fluido gesto le scansò quelle ciocche e le disse: "Forse così non investirai più nessuno!".
Il ricordo la fa ripiombare nel suo stato malinconico completamente in balia dei suoi corti circuiti mentali: lasciarsi andare e accettare il caldo affetto di quelle braccia forti o mantenere il controllo e non permettere a nessuno di prendersi cura di lei?
Il sole aveva quasi raggiunto il suo zenit ed Eiren corse con la mente ad Aderan, provò ad immaginarselo componendo una visione fatta dei tanti frammenti di quotidianità che avevano vissuto
Lo sentiva scivolare dentro attraverso le labbra socchiuse e scendere in basso a riempirle i polmoni e a sfiorarle il cuore. Lo sentiva nelle orecchie quasi potesse dargli un suono, lo sentiva risuonare nella testa identico al rumore delle crepe inesorabili che tagliano la terra. Silenzio e suono fusi insieme a sbrindellarle la mente in un sibilo costante.
Le mani erano diventante paonazze nello sforzo di stringere intorno al corpo inerte la lana del suo maglione, le guance le tiravano e la pelle si sfaldava, crepandosi in lunghe rughe irregolari che le invecchiavano il viso già bagnato di lacrime rapprese al freddo. Gli occhi facevano fatica a vedere, accecati dal freddo biancore di quella neve statica che tutto aveva ricoperto.
Ad Eiren non piaceva pensare che la neve coprisse, la neve non copriva un bel niente. Magari fosse stata una coperta, ci si sarebbe ficcata dentro per farsi seppellire. La neve, invece, porta tutto alla luce, il bianco ti riempie gli occhi costringendoti a tenerli aperti per vedere che cosa c'è fuori. La neve ti rende incapace di ignorarla e di ignorare ogni cosa ci sia dentro di lei. Ti fa impazzire obbligandoti ad ammirarla, altro che nascondere.
Questo continuava a pensare mentre cercava di muovere i piedi chiusi nei suoi scarponcini rossi ormai da buttare.
Si erano inzuppati creando un contorno frastagliato: picchi e depressioni di rosso che andavano dalle vette del sangue purpureo giù giù fino alla tinta scolorita dagli anni di usura. Non le erano mai piaciuti tanto ma erano un regalo del padre, glieli aveva comprati anni fa, quando ancora viveva con lei e quando ancora avevano una famiglia. Agli altri diceva che li metteva per abitudine, ma lo faceva perché quelli erano il ricordo fisico di una delle più belle giornate mai passate con suo padre, un ricordo che poteva consumarsi ma non scomparire.
Eiren ci passò sopra un dito, lo fece correre sulle punte delle scarpe avanti ed indietro, con gli occhi chiusi a guardare davanti a sé. Sotto le dita poteva sentire l'accoglienza di quella pelle morbida e le ammaccature tanto famigliari. Quando era spaventata lo faceva sempre, si accovacciava a terra e si sfiorava le punte della scarpe, in silenzio per minuti interi, era il suo modo di calmarsi e di immaginare che non sempre era stata sola.
L'indice corre verso la destra delle scarpe sicuro e senza sorprese ed Eiren pensa che era lì seduta su quella panchina in mezzo alla neve appena caduta da parecchie ore; il dito corre indietro lungo la stessa traiettoria ed Eiren pensa ad Aderan, in casa che dormiva ancora ignaro della sua fuga.
Un brivido le cammina lungo la spina dorsale, una scossa elettrica fulminea e dolorosa che la riporta con le spalle contro il legno della panchina e le mani esangui lungo il corpo.
Aderan era la scossa al suo equilibrio, Aderan era l'uomo che dormiva nel suo letto, Aderan era l'uomo di cui si era innamorata. La consapevolezza che scaturiva dalla parola innamorata l'aveva portata a fuggire dal loro letto e a camminare per un'ora fino a quella panchina dove per alcuni minuti, inebetita da se stessa, aveva consumato quella parola fra i denti e la lingua masticandola senza mai farla scendere nello stomaco. Innamorata, per Eiren aveva lo stesso suono di una sirena che annuncia il pericolo. Sentiva in quell'approssimarsi lento ma inesorabile di amore anche il peso della futura caduta e della sua futura fine. Non poteva pensare all'amore senza pensare all'annientamento di sé stessa. Era certa di dover scegliere o Aderan o la sua pace.
E per Eiren la pace era come una droga di quelle più introvabili e soddisfacenti.
Si porta le mani agli occhi e sfrega forte per togliersi la patina di stanchezza che le gravava le palpebre e poi le fa scivolare scivolare sui capelli per intrappolare dietro le orecchie quelle ciocche di riccioli ribelli che le gravitavano continuamente sugli occhi.
Sorride nel farlo. Aderan la rimproverava sempre per quei capelli scompigliati che le coprivano il viso. Ed era proprio così che si erano conosciuti un anno prima, una vita prima. Eiren camminava per strada con un pesante cappellino di lana calzato sulla testa e con i riccioli sparpagliati sugli occhi, una mano in tasca e altra a tenere il segno in un libro dell'università, con lo sguardo basso e il passo spedito e Aderan era l'ostacolo sulla sua traiettoria. Lo prese in pieno, la sua testa contro il suo petto, la sua schiena circondata dalle mani gentili di lui. Aderan rise del rossore e dell'espressione sorpresa di Eiren mentre si chinava a raccoglierle il libro, ancora aperto alla pagina che stava tenendo, sull'asfalto. Prima di restituirle il libro, con la mano libera, in un unico fluido gesto le scansò quelle ciocche e le disse: "Forse così non investirai più nessuno!".
Il ricordo la fa ripiombare nel suo stato malinconico completamente in balia dei suoi corti circuiti mentali: lasciarsi andare e accettare il caldo affetto di quelle braccia forti o mantenere il controllo e non permettere a nessuno di prendersi cura di lei?
Il sole aveva quasi raggiunto il suo zenit ed Eiren corse con la mente ad Aderan, provò ad immaginarselo componendo una visione fatta dei tanti frammenti di quotidianità che avevano vissuto
Lo vedeva svegliarsi e allungare la mano per frugare le lenzuola alla sua ricerca, ancora con gli occhi socchiusi dal sonno e meravigliarsi di non trovarla accanto a sé come in nessuna delle altre stanze della casa. Sapeva che avrebbe aspettato con calma e pazienza per alcune ore, giustificando la sua assenza con qualche scusa razionale, era fatto così. Poi, ad un tratto, avrebbe smesso e capito che Eiren se ne era andata. Andata nello stesso modo in cui era entrata nella sua vita.
Eiren sapeva che Aderan non l'avrebbe odiata, lei aveva fatto della sua indipendenza e della sua libertà delle regola di vita e lui aveva sempre ammirato quella tenacia, ma aveva comunque continuato a sperare che l'amore l'avrebbe vinta.

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