Il mare risponde anche se non sembra
Mi sono appena svegliata, trascino il mio corpo assonnato giù dal letto, barcollo fino alla veranda, mi getto sotto il sole rovente di una mattina estiva già finita, mi accendo una sigaretta e fisso il mare. Lo fisso per ore, apparentemente senza scopo e realmente senza davvero uno scopo. Me ne sto solo ad aspettare.
Che cosa? Non lo so.
Perché? Non lo so.
Per quanto tempo? Non lo so.
So solo chi sto aspettando. Chi? Il mare.
Ogni giorno è così, da mesi ormai. La mia quotidianità è sospesa e la mia vita galleggia in una malinconica attesa. Non faccio nulla se non aspettare, pregare e sperare seduta sulla sabbia e con gli occhi costantemente persi in quell'orizzonte mobile. Sento che quella massa abominevole di acqua mi darà una risposta, pretendo che me la dia. Deve darmela, oppure ogni mia rinuncia sarà stata vana.
Sono scappata da tutto quello che avevo lasciando dietro di me gli affetti più cari, solo per essere, qui e adesso, libera di fronte al mare da tutto quello che non ero prima.
Un pomeriggio di una vita fa, mentre correvo sotto la pioggia battente per tornare a casa, ho capito che la vita che avevo mi stava stretta, che non era quella che volevo e che era stupido continuare a fingere che fosse quella che avevo sempre sognato. Sotto la pioggia e con i vestiti zuppi d'acqua, mi sono sentita soffocare: tutto e tutti sembravano volere da me qualcosa che io non potevo più dare loro. Senza fiato ho corso fino a casa, sono entrata e senza volerlo mi sono ritrovata a fissare la mia immagine nello specchio della camera da letto. Bagnata, stanca e svuotata stentavo a riconoscermi.
Che fine avevo fatto? Era così che volevo diventare?
Questo mi martellava in testa mentre rimanevo a sgocciolare di fronte allo specchio. Pensavo, gli occhi impegnati a scrutare gli altri miei occhi riflessi, pensavo e non trovavo nessun motivo per rimanere a vivere quella vita. La scintilla di spensieratezza che aveva sempre brillato infondo agli occhi era svanita chissà dove e chissà quando. E io me ne accorgevo solo ora.
Ho pensato sotto la doccia, a cena e a letto per tutta la notte; ma niente. Non ho trovato nessuno da amare in quella città o nulla che mi legasse a quelle mura, mi ero costretta da sola a vivere quella vita che, avevo scoperto, mi faceva schifo.
Così senza pensarci due volte ho fatto le valigie e sono corsa in aeroporto. In una mano trascinavo il baule sigillato della mia esistenza passata e nell'altra stringevo il biglietto che mi avrebbe portata su questa isoletta ingoiata dal mare. Il nome di questo posto non lo conosco nemmeno, l'ho letto sul tabellone degli arrivi e l'ho dimenticato subito dopo, ma mi è piaciuto abbastanza da comprarne il biglietto di sola andata. Allora non sapevo che avevo scelto di vivere su un'isola, e tanto meno dove si trovasse sul mappamondo. Ancora oggi non so dove sia, ma con l'esperienza ho capito che a volte è davvero necessario non sapere dove è il posto che chiami casa, ho capito che è confortante sapere di essere scomparsi per il mondo e anche per se stessi.
Una manciata di minuti dal mio arrivo e avevo già in mano le chiavi della mia nuova casa, che non è nemmeno una casa, è solo una capanna. La scelta era stata facile, come mai. Aveva tutto quello che avevo sempre desiderato: piccola, mura bianche, tetto ricoperto di paglia, un minuscolo cancello all'ingresso e il mare come limite della veranda.
Nella mia vecchia vita pensare di vivere in riva al mare era stato inimmaginabile, ma ora non saprei farne a meno. Senza il gorgoglio impetuoso del mare notturno non saprei addormentarmi, senza i bagliori dorati dell'alba marina non saprei svegliarmi e senza vedere il sole che cade in mare infuocandosi, non potrei sapere se il mio cuore batte ancora. Nei mesi ho stabilito un rapporto con questa scorbutica massa d'acqua, un rapporto basato a volte sul silenzio e a volte sulle reciproche urla, ho imparato ad apprezzare la sua compagnia preferendola a tutte le altre.
Anche questa mattina, come in tutte le mattine dal mio arrivo, mi sono seduta in grembo al mare per ascoltarlo, per sentire che cosa ha da dirmi; perché so che mi darà una risposta. Da troppo tempo fluttuo in questo limbo di inattività e aspetto che sia il mare a prendere una decisione per me. In fin dei conti è stato lui ha guidarmi fino a questo posto nascosto chissà dove e ora, sono certa, saprà anche dirmi che cosa devo fare.
Devo rimanere qui?
Tornare da dove sono venuta?
Tante maledettissime notti ho pensato a quello che avevo gettato al vento seguendo un impulso, ho pensato alla mia casa chiusa alla rinfusa, alle mie cianfrusaglie piene di polvere sparse nel vecchio appartamento, ho pensato alla mia famiglia e al mio lavoro abbandonato così su due piedi senza nemmeno una telefonata. E poi ho provato ad immaginare qualcuno che sentisse la mia mancanza e che cercasse di rintracciarmi, ma alla fine anche la mia immaginazione è stata costretta ad ammettere che una persona non si può aspettare per sempre e che prima o poi, se non lo avevano già fatto, tutti mi avrebbero dimenticato o semplicemente considerata morta.
Ma io non sono morta, non lo sono affatto! Sono solo ferma ad aspettare un segnale, che mi dica come procedere. Perché per me tornare indietro è impossibile, ma rimanere qui è insensato.
E così in questa attesa le mattine si sono accavallate e mescolate con le notti sempre uguali e sempre solitarie. Altri mesi sono passati e a contenderci la speranza siamo sempre gli stessi: il mare, le sigarette, i pensieri e me. Sempre e solo noi.
Ormai mi trascino senza un briciolo di desiderio di fronte al mare, lo fisso senza sentimenti; anche il momento della rabbia e del rancore è passato. Mi sono arresa alla mancanza di attività, mi sono arresa ad essere come il mare: imprigionata in un continuo ed inarrestabile crescere ed infrangersi.
Ma non questa mattina. Il mare si è svegliato in tempesta come la sera che sono arrivata sull'isola, sento nell'aria che la mia risposta sta per arrivare, la sento e non vedo l'ora che arrivi. Cammino convulsamente avanti e indietro sul bagnasciuga, faccio un passo e un altro e ancora un altro e poi mi volto di scatto per vederli impressi sulla sabbia bagnata ma sono già stati cancellati dalle onde nervose. Passo l'intera mattina e il pomeriggio a rincorre le mie orme sulla sabbia, cercando di ingannare il tempo ma soprattutto il mare. Scende anche la notte e io mi chiudo in casa, il vento ulula e il mare sbatacchia con violenza la piccola imbarcazione ormeggiata precariamente sulla riva. Sono quasi certa che fra poco avrò la mia risposta, non posso sbagliarmi questa volta.
Mi accendo una sigaretta e giocherello con i miei capelli, completamente persa in un sogno ad occhi aperti. Sto sognando qualcuno che bussa alla porta, e bussa di nuovo...
Ma non sto sognando, qualcuno sta veramente bussando alla mia porta! Non ho idea di chi possa essere a quest'ora della notte e poi su quest'isola non conosco quasi nessuno. Stringo irosamente il mozzicone che ho tra le dita e mi decido ad alzarmi per andare a vedere chi sia alla porta. Apro e mi trovo davanti un uomo. Alto e snello ma con gli occhi incavati e il viso stanco, all'incirca della mia età sebbene la barba incolta lo invecchi. Con la sua statura copre interamente il vano della mia porta ma non sembra per niente sicuro di sé, anzi sembra intimidito, spaesato. Mi faccio ancora avanti per scrutarlo meglio; alla prima occhiata avevo già capito che non poteva essere un isolano, vestito con troppa cura e con una pelle troppo candida. Mi accorgo che in una mano tiene un biglietto aereo stropicciato e che dietro la sua figura è nascosta una valigia stracolma e instabile. Sorrido, in lui non posso che rivedere me stessa solo pochi mesi prima. Lo accarezzo con lo sguardo proprio come farebbe una mamma con un figlio indisciplinato, e continuo a sorridergli sperando che questo poco calore gli basti per prendere coraggio, per farlo venire da me. So che dovrei dire qualcosa, ma so anche che in questo momento le parole vanno cercate con cura. Lui ha bisogno di gentilezza e di sapere che non ha gettato al vento tutto il suo mondo; ricordo fin troppo bene quella sensazione e la necessità di trovare dell'affetto. Faccio per parlare ma inciampo nelle mie stesse parole e il viaggiatore alla porta si fa subito indietro spaventato, timoroso di ricevere un altro rifiuto; si è già voltato con la borsa in mano per proseguire lungo la spiaggia. Non lo avrei mai lasciato andare via così senza nemmeno averci provato, abbandono ogni cautela e gli afferro il braccio per farlo girare nuovamente verso di me e gli sussurro:
"Fermati, questa notte non troverai un altro posto per riposarti e per sfuggire alla pioggia! Ti si legge in faccia che sei stanco e che hai bisogno di parlare e io posso aiutarti quindi ti prego seguimi senza timore.."
I suoi occhi da sorpresi erano diventati sereni e senza dirmi una parola si era arreso alla mia accorata richiesta. Stava solo aspettando me. Così ci incamminammo uno accanto all'altra verso casa, in silenzio ma, segretamente, con il cuore ricolmo di gioia.
E da quella notte siamo stati sempre felici. Siamo ancora perduti, nascosti al centro di questo mare, ma almeno non siamo più soli.
Quell'uomo senza volerlo mi aveva salvata, ed io avevo salvato lui. Ma a pensarci bene, era stato il mare a salvarci entrambi: lui ci aveva guidato verso la nostra vera vita.
Così senza saperlo, il mare mi aveva risposto.
Che cosa? Non lo so.
Perché? Non lo so.
Per quanto tempo? Non lo so.
So solo chi sto aspettando. Chi? Il mare.
Ogni giorno è così, da mesi ormai. La mia quotidianità è sospesa e la mia vita galleggia in una malinconica attesa. Non faccio nulla se non aspettare, pregare e sperare seduta sulla sabbia e con gli occhi costantemente persi in quell'orizzonte mobile. Sento che quella massa abominevole di acqua mi darà una risposta, pretendo che me la dia. Deve darmela, oppure ogni mia rinuncia sarà stata vana.
Sono scappata da tutto quello che avevo lasciando dietro di me gli affetti più cari, solo per essere, qui e adesso, libera di fronte al mare da tutto quello che non ero prima.
Un pomeriggio di una vita fa, mentre correvo sotto la pioggia battente per tornare a casa, ho capito che la vita che avevo mi stava stretta, che non era quella che volevo e che era stupido continuare a fingere che fosse quella che avevo sempre sognato. Sotto la pioggia e con i vestiti zuppi d'acqua, mi sono sentita soffocare: tutto e tutti sembravano volere da me qualcosa che io non potevo più dare loro. Senza fiato ho corso fino a casa, sono entrata e senza volerlo mi sono ritrovata a fissare la mia immagine nello specchio della camera da letto. Bagnata, stanca e svuotata stentavo a riconoscermi.
Che fine avevo fatto? Era così che volevo diventare?
Questo mi martellava in testa mentre rimanevo a sgocciolare di fronte allo specchio. Pensavo, gli occhi impegnati a scrutare gli altri miei occhi riflessi, pensavo e non trovavo nessun motivo per rimanere a vivere quella vita. La scintilla di spensieratezza che aveva sempre brillato infondo agli occhi era svanita chissà dove e chissà quando. E io me ne accorgevo solo ora.
Ho pensato sotto la doccia, a cena e a letto per tutta la notte; ma niente. Non ho trovato nessuno da amare in quella città o nulla che mi legasse a quelle mura, mi ero costretta da sola a vivere quella vita che, avevo scoperto, mi faceva schifo.
Così senza pensarci due volte ho fatto le valigie e sono corsa in aeroporto. In una mano trascinavo il baule sigillato della mia esistenza passata e nell'altra stringevo il biglietto che mi avrebbe portata su questa isoletta ingoiata dal mare. Il nome di questo posto non lo conosco nemmeno, l'ho letto sul tabellone degli arrivi e l'ho dimenticato subito dopo, ma mi è piaciuto abbastanza da comprarne il biglietto di sola andata. Allora non sapevo che avevo scelto di vivere su un'isola, e tanto meno dove si trovasse sul mappamondo. Ancora oggi non so dove sia, ma con l'esperienza ho capito che a volte è davvero necessario non sapere dove è il posto che chiami casa, ho capito che è confortante sapere di essere scomparsi per il mondo e anche per se stessi.
Una manciata di minuti dal mio arrivo e avevo già in mano le chiavi della mia nuova casa, che non è nemmeno una casa, è solo una capanna. La scelta era stata facile, come mai. Aveva tutto quello che avevo sempre desiderato: piccola, mura bianche, tetto ricoperto di paglia, un minuscolo cancello all'ingresso e il mare come limite della veranda.
Nella mia vecchia vita pensare di vivere in riva al mare era stato inimmaginabile, ma ora non saprei farne a meno. Senza il gorgoglio impetuoso del mare notturno non saprei addormentarmi, senza i bagliori dorati dell'alba marina non saprei svegliarmi e senza vedere il sole che cade in mare infuocandosi, non potrei sapere se il mio cuore batte ancora. Nei mesi ho stabilito un rapporto con questa scorbutica massa d'acqua, un rapporto basato a volte sul silenzio e a volte sulle reciproche urla, ho imparato ad apprezzare la sua compagnia preferendola a tutte le altre.
Anche questa mattina, come in tutte le mattine dal mio arrivo, mi sono seduta in grembo al mare per ascoltarlo, per sentire che cosa ha da dirmi; perché so che mi darà una risposta. Da troppo tempo fluttuo in questo limbo di inattività e aspetto che sia il mare a prendere una decisione per me. In fin dei conti è stato lui ha guidarmi fino a questo posto nascosto chissà dove e ora, sono certa, saprà anche dirmi che cosa devo fare.
Devo rimanere qui?
Tornare da dove sono venuta?
Tante maledettissime notti ho pensato a quello che avevo gettato al vento seguendo un impulso, ho pensato alla mia casa chiusa alla rinfusa, alle mie cianfrusaglie piene di polvere sparse nel vecchio appartamento, ho pensato alla mia famiglia e al mio lavoro abbandonato così su due piedi senza nemmeno una telefonata. E poi ho provato ad immaginare qualcuno che sentisse la mia mancanza e che cercasse di rintracciarmi, ma alla fine anche la mia immaginazione è stata costretta ad ammettere che una persona non si può aspettare per sempre e che prima o poi, se non lo avevano già fatto, tutti mi avrebbero dimenticato o semplicemente considerata morta.
Ma io non sono morta, non lo sono affatto! Sono solo ferma ad aspettare un segnale, che mi dica come procedere. Perché per me tornare indietro è impossibile, ma rimanere qui è insensato.
E così in questa attesa le mattine si sono accavallate e mescolate con le notti sempre uguali e sempre solitarie. Altri mesi sono passati e a contenderci la speranza siamo sempre gli stessi: il mare, le sigarette, i pensieri e me. Sempre e solo noi.
Ormai mi trascino senza un briciolo di desiderio di fronte al mare, lo fisso senza sentimenti; anche il momento della rabbia e del rancore è passato. Mi sono arresa alla mancanza di attività, mi sono arresa ad essere come il mare: imprigionata in un continuo ed inarrestabile crescere ed infrangersi.
Ma non questa mattina. Il mare si è svegliato in tempesta come la sera che sono arrivata sull'isola, sento nell'aria che la mia risposta sta per arrivare, la sento e non vedo l'ora che arrivi. Cammino convulsamente avanti e indietro sul bagnasciuga, faccio un passo e un altro e ancora un altro e poi mi volto di scatto per vederli impressi sulla sabbia bagnata ma sono già stati cancellati dalle onde nervose. Passo l'intera mattina e il pomeriggio a rincorre le mie orme sulla sabbia, cercando di ingannare il tempo ma soprattutto il mare. Scende anche la notte e io mi chiudo in casa, il vento ulula e il mare sbatacchia con violenza la piccola imbarcazione ormeggiata precariamente sulla riva. Sono quasi certa che fra poco avrò la mia risposta, non posso sbagliarmi questa volta.
Mi accendo una sigaretta e giocherello con i miei capelli, completamente persa in un sogno ad occhi aperti. Sto sognando qualcuno che bussa alla porta, e bussa di nuovo...
Ma non sto sognando, qualcuno sta veramente bussando alla mia porta! Non ho idea di chi possa essere a quest'ora della notte e poi su quest'isola non conosco quasi nessuno. Stringo irosamente il mozzicone che ho tra le dita e mi decido ad alzarmi per andare a vedere chi sia alla porta. Apro e mi trovo davanti un uomo. Alto e snello ma con gli occhi incavati e il viso stanco, all'incirca della mia età sebbene la barba incolta lo invecchi. Con la sua statura copre interamente il vano della mia porta ma non sembra per niente sicuro di sé, anzi sembra intimidito, spaesato. Mi faccio ancora avanti per scrutarlo meglio; alla prima occhiata avevo già capito che non poteva essere un isolano, vestito con troppa cura e con una pelle troppo candida. Mi accorgo che in una mano tiene un biglietto aereo stropicciato e che dietro la sua figura è nascosta una valigia stracolma e instabile. Sorrido, in lui non posso che rivedere me stessa solo pochi mesi prima. Lo accarezzo con lo sguardo proprio come farebbe una mamma con un figlio indisciplinato, e continuo a sorridergli sperando che questo poco calore gli basti per prendere coraggio, per farlo venire da me. So che dovrei dire qualcosa, ma so anche che in questo momento le parole vanno cercate con cura. Lui ha bisogno di gentilezza e di sapere che non ha gettato al vento tutto il suo mondo; ricordo fin troppo bene quella sensazione e la necessità di trovare dell'affetto. Faccio per parlare ma inciampo nelle mie stesse parole e il viaggiatore alla porta si fa subito indietro spaventato, timoroso di ricevere un altro rifiuto; si è già voltato con la borsa in mano per proseguire lungo la spiaggia. Non lo avrei mai lasciato andare via così senza nemmeno averci provato, abbandono ogni cautela e gli afferro il braccio per farlo girare nuovamente verso di me e gli sussurro:
"Fermati, questa notte non troverai un altro posto per riposarti e per sfuggire alla pioggia! Ti si legge in faccia che sei stanco e che hai bisogno di parlare e io posso aiutarti quindi ti prego seguimi senza timore.."
I suoi occhi da sorpresi erano diventati sereni e senza dirmi una parola si era arreso alla mia accorata richiesta. Stava solo aspettando me. Così ci incamminammo uno accanto all'altra verso casa, in silenzio ma, segretamente, con il cuore ricolmo di gioia.
E da quella notte siamo stati sempre felici. Siamo ancora perduti, nascosti al centro di questo mare, ma almeno non siamo più soli.
Quell'uomo senza volerlo mi aveva salvata, ed io avevo salvato lui. Ma a pensarci bene, era stato il mare a salvarci entrambi: lui ci aveva guidato verso la nostra vera vita.
Così senza saperlo, il mare mi aveva risposto.

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