Sdraiata su una panchina conto le foglie che cadono

Sto leggendo, la finestra è leggermente aperta a far filtrare l'aria pungente delle prime giornate autunnali, e sento le foglie cadere. Le sento mentre si staccano dai rami, mentre volteggiano spaventate nel loro breve volo e mentre si accasciano a terra, altri tasselli di un puzzle appena cominciato. Le guardo, le ascolto e unisco il mio battito al loro cadere disarmonico. L'autunno mi è sempre piaciuto, forse perché sono nata in questa stagione e tutto di lei mi sembra famigliare o forse perché adoro le sue emozioni: un insieme scomposto di opposti, un miscuglio di incomprensioni e di sapori male assortiti che ti lasciano, inevitabilmente, addosso una dolce malinconia e un'amara nostalgia; mi è sempre piaciuto ma quest'anno sento che manca qualcosa, sento che a me manca qualcosa. Niente di quello che ho davanti agli occhi può darmi pace o tacitare il mio cuore perché non posso fare a meno di pensare alle nostre menzogne estive, il mio spirito è rimasto bloccato sotto il sole di luglio in quel tira e molla di illusioni e di fragranti speranze che si sono perse nel dimenticatoio. In tutto questo tempo non ci siamo mai chiesti chi siamo e che cosa vogliamo, abbiamo solo fatto finta di conoscerci divertendoci a nasconderci dietro risate inconsistenti e chiacchiere da bordello, senza preoccuparci di quello che stavamo o potevamo mettere in gioco.
Gioco, questa è la parola: il nostro è stato tutto un gioco!
Abbiamo preferito la seduzione al sentimento, finendo per ingannarci in un eterno nascondino senza vincitori né vinti.
Dimmi, abbiamo mai messo la parola fine a questa farsa?
Abbiamo mai preso una decisione: tu mi vuoi? io ti voglio?
Io sono stanca e ad ogni nuova boccata d'aria sento il gelo entrami nei polmoni, non posso proprio continuare a fare finta che io la mia decisione non l'abbia ancora presa.
Devo venire da te, guardarti e urlarti in faccia che io non voglio più giocare.
Chiudo il mio libro e corro fuori a prendere l'ultimo treno che mi porterà da te. Tu non mi aspetti, forse ti sei già dimenticato di me, e so che alla stazione per me non ci sarà nessuno e forse non ci sarà nemmeno quando ti avrò cercato, ma ormai non posso tornare indietro.
Me ne sto qui seduta, insieme ad altre venti persone, e sono sola, perfettamente isolata nei e dai miei pensieri. Guardo la ragazza seduta di fronte a me e non la vedo: il suo sguardo è perso chissà dove esattamente come il mio, come quello di tutti in questa carrozza di pensatori nostalgici. Tutti smarriti dietro qualche sogno ad occhi aperti, cullati dal movimento costante e dal rumore meccanico.
La stazione è in vista, la corsa sta per finire e gli occhi tornano alla normalità rimettendo lentamente a fuoco quello che hanno davanti; gli ultimi brandelli di sogno si immobilizzano in attesa nel nuovo treno per riprendere proprio da quel punto; le espressioni tornano ad essere grigie perdendo quell'aria languida che avevano fino a pochi secondi fa.
Nei miei occhi però non c'è traccia di sogni, c'è solo paura. Paura di scoprire che si è immaginato tutto e che una volta scesi da questi binari non ci sarà assolutamente niente. Le gambe tremano mentre scendo gli scalini e mi fermo al binario. Mi guardo in giro, le mani strette una dentro l'altra a fermare il tremore del corpo, e ti cerco con l'anima gridando nella mia mente il tuo nome.
Ma tu non ci sei e non potevi esserci.
Dovrei venire a cercarti, dovrei chiamarti e dirti che sono sdraiata su di una panchina davanti alla stazione a contare le foglie che cadono, dovrei gridarti tutto d'un fiato che sono venuta in questa città per te, per avere un tuo bacio, ma ancora una volta non ho il coraggio e me ne resto qui ad aspettare il treno che mi riporterà a casa, nella mia camera, dal mio libro chiuso senza nemmeno mettere un segno alla pagina e alla mia finestra rimasta aperta.

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