Metamorfosi notturne

La luce è rarefatta, evaporata a poco a poco in tante piccole particelle danzanti lungo la linea del paesaggio, particelle abbaglianti rimaste impigliate nella ragnatela della foschia gelida. Foschia che avanza contaminando e alterando le forme di tutto ciò che è fuori della mia finestra. Lì aggrappati, quei minuscoli frammenti di sole,  perdurano a regalare le ultime fiammelle di colore, ora timidamente rossastre ora violentemente dorate. La luna, incompleta nella luminosità, troneggia già sulla parte di cielo cobalto, abisso ancora spoglio di stelle ma lontano dalle screziature di quelle ultime scintille infuocate.
I contorni delle cose cominciano a perdersi inghiottiti e dalla nebbia evanescente che raggela ogni senso vitale e dalle tenebre basse che si espandono silenziose a mistificare ogni realtà. Movimenti impercettibili si compongono e scompongono, inesorabili, davanti ai miei occhi, davanti a me che guardo nascosta nell'ombra calda della mia casa; da qui, gabbia sicura, ogni sensazione esterna è ovatta, insignificante e misera; da qui in primo piano c'è solo la monotona sinfonia dei rumori famigliari.
Il crepitio cadenzato della legna che si consuma nella stufa, il borbottio sbuffante di un bollitore sul fornello, il tintinnio delle tazze preparate per un tè caldo, la voce morbida di una madre che canticchia e lo sfogliare rapido di pagine di libri di scuola: sottofondi conosciuti e rassicuranti.
Sento la voce di mia madre alzarsi di tono e farsi più vicina. So che mi sta chiamando, so che dovrei allontanarmi dalla finestra e lasciare che la notte finisca di trasformasi senza il mio muto assenso, so ma non voglio. Non voglio, anzi non posso proprio, allontanare lo sguardo da questa metamorfosi in divenire, sono incollata al vetro come se al di là si stesse consumando il più macabro dei delitti.
La vista chiede di essere beata di quel sangue nero.
Continuo a starmene seduta inerte, mente e sguardo lontani da questa stanza e da questo tepore, lontani anche dalle mani amorevoli di mia madre che accarezzano veloci i miei capelli e che scendono labili e delicate lungo la mia schiena e che, sempre con lo stesso ritmo impalpabile, risalgono e ancora discendono e risalgono. Come in un sogno già vissuto, al movimento si unisce la melodia, la voce grezza e limpida di una madre che cerca di rassicurare, di attenuare il vuoto di una attesa senza un arrivo, di curare l'animo con la sua sola presenza, di donare equilibrio a chi lo ha perso schiacciato dall'incapacità di vivere.
La notte è completa.
Le ultime luci si sono tese fino allo spasmo e poi, distrutte, sono cadute come ceneri a terra; la nebbia ha macchiato e inglobato ogni superficie fino al limitare del mio davanzale; le stelle hanno fatto la loro comparsa in cielo: l'assassinio è compiuto, non c'è più nulla da vedere.
Gli occhi si scollano e cercano disorientati altri globi neri in cui intrufolarsi, il corpo si rilassa contro la mano morbida che ancora lo accarezza e il respiro filtra regolare. Le note morenti della ninnananna finiscono di trascinare indietro i miei sensi, riavvolgendoli, costringendoli a tornare entro le mura da cui erano fluttuati via. L'anima riunita al corpo stagnante ricerca l'intimità di un abbraccio materno, chiede di confondersi e di rigenerarsi in quel connubio caldo mentre lontano la notte si esaurisce.


Commenti

Post popolari in questo blog

Chiudi!

Inviolabile Chimera

Istantanea