La foresta dell'espiazione

L'aria si era fatta improvvisamente inclemente e il sole, scivolato lungo la sua parabola calante, era diventato un fascio radiale di un accecante arancione puro. Il fascio lungo e stretto si annidava prepotente fra la bassa boscaglia fino a stanare anche l'ultimo anfratto prossimo al buio nella notte latente. La luce imparziale si tendeva in convulsi spasimi fino al limitare degli arbusti e si immergeva poi, prossima alla morte, nelle acque del placido torrente che sinuoso si lanciava verso la caduta al mare. L'azzurro cupo della piccola fonte contaminato da quella presenza luminosa estranea assumeva una vivacità malata che poche volte si era vista, e l'azzurro freddo magicamente si trasformava in un turchese pastello innaturale per i toni di marrone e di verde di quella foresta appena entrata nella primavera. Un occhio ramingo avrebbe avvertito la presenza di quel nuovo colore sulla tavolozza quasi monocorde della vallata solo aguzzando un poco la vista. Lo spettacolo di quel nastro turchese adagiato sul morbido letto di un verde appena nato era tanto particolare quanto fragile al tempo. Nello spazio di pochi secondi, infatti, il sole era definitivamente calato oltre ogni orizzonte e la luce non era più di questo mondo. Il sottosuolo umido del bosco era tornato alla piena oscurità, popolandosi di rumori e di occhi che nella pienezza della giornata erano rimasti nascosti e lo stesso torrente si era cangiato per tornare alla sua antica forma.
In questa notte oscura, certa di non essere vista, una figura minuta sbucò fuori, come partorita, da una grande quercia dai rami rigogliosi e dal fusto nodoso per gli anni. Minuscola, con lunghi capelli biondi mossi come le spighe mature del più fruttuoso grano, di una esilità fragile vestita solo di un sottile panno bianco e vaporoso, più impalpabile di una nuvola, che, ad ogni riflesso di luce, lasciava liberi gli occhi di intravedere tutta la sua femminilità matura. Solo questo in lei faceva percepire che di bambina non poteva trattarsi.
Si aggirava svelta e sicura, danzando a piedi nudi sull'erba bagnata dalla notte ansimante, i capelli fluttuanti intorno al suo sorriso radioso e le braccia snelle mosse lievi a carezzare gli stanchi tronchi della foresta. Correva posseduta da un ritmo di cui lei sola poteva sentire la melodia e di cui lei sola conosceva il fine, correva verso il piccolo fiume e quando fu giunta alle sue sponde fangose, senza diminuire l'intensità del suo rapimento, saltò, leggera, oltre la riva sfiorando impercettibile con la punta dei piedi le acque dormienti. Il bosco, di là da quel confine, si esauriva lasciando il posto ad una spianata di cemento liscio e inanimato su cui un'imponente costruzione tutta in metallo e vetro prendeva vita. Lugubre e fredda già prima di essere abbandonata a sé stessa ora spoglia, rotta e dismessa lo era ancora di più.
Quella figurina coperta di bianco rallentò con una smorfia la sua folle corsa, i suo piedi non erano abituati al ruvido della pietra e immobilizzandosi alle pendici di quel tempio di vanità vuoto si mise in ascolto dei suoi rumori. Il vento giocava fra le sue aperture entrando ed uscendo con sibili ora mostruosi ora graffianti, il vetro infranto delle sue finestre specchiava una luna tagliata e un cielo mancante di stelle, e il metallo piegato dal tempo strideva iracondo contro altro ferro in una sinfonia di brividi carnali. Da questa vecchia fabbrica ogni suono che si innalzava era un lamento piangente indirizzato al cielo e a lei, che era l'emblema della rinuncia a tutto quel mondo morto in mano a coloro che però si professavano vivi. Lei era scappata ed era stata accolta in asilo dentro quella foresta madre per interi anni e lì indisturbata aveva disimparato a fare del male e ad uccidere addestrando piano piano le sue mani alla guarigione e all'amore. Come un fantasma aveva vagato dentro quella prigione di teneri arbusti senza avere il coraggio di tornare là da dove era scappata, di tornare alla porta del suo vecchio mondo: ma questa notte aveva compiuto il salto e, ora, si trovava fronte a fronte con quell'ammasso di ferraglia singhiozzante con l'intenzione di espiare definitivamente la sua colpa e di gridargli contro tutto il suo astio.
La notte doveva essere a metà del suo compimento perché il cielo era petrolio, la luna assisa in trono nel suo punto più alto e l'aria fredda come il gelo. E quel piccolo essere era al centro dei suoi due mondi: prossima ad abbandonarne uno per accettare completamente l'altro, un piede poggiato sicuro sulla molle terra e l'altro, rigido, a calcare appena l'asfalto arido.
Era pronta, con il volto rigato dalla rabbia, a prendersela con ogni spigolo tagliente di quel mostro, e così andando a pescare la voce da dentro le viscere cavò fuori ciò che aveva covato nei suoi recessi più profondi.
Disprezzo, odio, infelicità erano le note costanti delle sue urla.
Amore mal riposto, inganno, amarezza per quel mondo che aveva finto con lei e poi l'aveva vomitata via quando non era stata più necessaria, erano gli acuti strazianti dell'esasperazione.
E infine, nella distensione del suono, orgoglio per quello che era ora e per ciò che si era imposta di non essere più.
Il canto delle sua morte e rinascita durò per il resto della notte e, al cospetto del nuovo giorno, si liberò delle ultime catene che la tenevano ancora ancorata e nello sciamare della melodia, finalmente senza più pesi, si lanciò in una nuova corsa fino alla quercia da cui era emersa la notte precedente. E prima che i raggi del sole illuminassero la sua florida chioma, lei era già avvolta nel caldo abbraccio di quel tronco che era la sua nuova casa e il suo nuovo io.



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