Delirio di vita

Ricordo, e il ricordo è vivido come se gli anni non fossero mai passati. Ancora adesso, mentre l’anima mi abbandona in questo letto di morte, ricordo le emozioni e il tremore del cuore che fecero da testimoni al nostro primo bacio.
Il passato torna ad essere presente in questo delirio di vita; tutto si ferma, a muoversi solo le immagini ingiallite dalla malattia.
È una notte d’estate e il caldo si fa appena più sopportabile, noi siamo sdraiati sull'asfalto di un parcheggio abbandonato con gli occhi piantati in cielo e le mani che si cercano voraci, smaniose di trovare l’altro palmo pulsante, l’altra metà cui intrecciarsi. Una stella cade e il cielo per un secondo si fa buio. Tu sei sopra di me, i respiri accelerano e si uniscono in un bacio morbido e sinuoso, aspettato e desiderato e che ora senza fretta erompe, si insinua sulle labbra e si aggroviglia ai gemiti di piacere che risalgono dalle profondità del corpo. Il cuore martella a sangue le orecchie, ogni battito è una nota di lussuria che cresce. Un'altra stella cade e noi non ci baciamo più, le bocche hanno ceduto il passo al corpo. Ci abbracciamo febbricitanti, io nascosta nelle tue braccia e tu nelle mie. Ognuno cerca la salvezza, tu vuoi rubare la mia ed io la tua, ma quell'abbraccio non basta, non può bastare per entrambi. E, così, alla fine la salvezza l’hai trovata solo tu; forse perché hai saputo strapparmi l’anima senza timore o forse perché tu volevi essere salvato veramente.
La visione si annebbia e la mia testa ruota impazzita sul cuscino, un demone la attacca.
Sono di nuovo nel mio presente, lo riconosco dalla puzza di marcio che aleggia nella stanza dove sono stata dimenticata, ma la mente non vuole rimanere in questo posto e così sento già che si ribella e grida incapace di aspettare un minuto di più. Il flusso del tempo ricomincia a scorrere veloce, i ricordi si accavallano in immagini sfocate finché una non si fa più nitida.
Ora è primavera, siamo tu ed io e gente che non conosco ma che mi fissa, tu mi accarezzi il viso mentre sorridiamo come due amanti, sembriamo felici e quella gente ci ricorderà proprio in questo modo.
Sorrido, ma non sono felice.
La felicità, tutta quanta insieme, è difficile da raggiungere e soprattutto quando arriva è insoddisfacente.
Non sono felice, ma sono spensierata.
Con un sorriso sincero sulle labbra, mi volto e ti guardo negli occhi, tu mi guardi. I miei sono lucidi, ho pianto da poco, ma sento che le lacrime sono già pronte, sono di nuovo al limite e presto ricominceranno a scendere lasciando scie salate sulle guance sorridenti, e arriveranno fino alla bocca e poi ancora più in basso fino a fermarsi sulla punta della lingua, e lì si trasformeranno: non più gocce ma cristalli di sale. Saranno duri e pungenti e faranno male. La bocca si contorcerà in una smorfia e diventerò presto pallida.
Ancora una volta le tue menzogne non reggeranno. Ancora una volta sarò malata.
Ma cerco di trattenermi, fingo per gli altri, ma con te non posso e allora lascio che i miei occhi bagnati si specchino nei tuoi, sorridenti, giovani e soprattutto vivi. Tu sei vivo, tutto il tuo essere è una manifestazione inequivocabile di questa straordinaria condizione. Sento il tuo attaccamento alla vita nel braccio che mi stringe implacabile le spalle; la vedo, la vita, nella tua postura da soldato, fisso con i piedi a terra e lo sguardo lontano; sento l’istinto di sopravvivenza che ti scorre sotto le vene palpitanti di questa  mano, che senza accorgetene, hai posato sul mio ventre per proteggermi.
Tu sei la vita, tu sei tutto quello che io non sono e che forse non potrò mai essere; io che posso essere solo: malattia, pazzia, caos e morte.
E tu non lo hai mai accettato, hai sempre cercato di nascondermi, di farmi sembrare normale quando io non potevo e non volevo esserlo.
Il presente si tinge della rabbia troppo a lungo sopita e il mio letto di morte si infuoca, le mie carni si ribellano dimenandosi e contorcendosi tra queste fiamme, le viscere si attorcigliano finché uno spasmo di dolore comincia a risalire lungo il corpo, arriva alla bocca ed esplode in un urlo.
Combatto su questo letto implorando di morire; non posso sostenere ancora il flusso della memoria.
Ma la mia volontà non può nulla e per l’ennesima volta le immagini della mia vita passata ruotano intorno a me. Una si ferma, e senza poterlo impedire dovrò riviverla.
Siamo di nuovo tu ed io, ma questa volta non sembriamo felici.
Siamo a casa, quella che era la nostra casa. Io sto piangendo rivolta verso li muro per non farti vedere le lacrime che cadono; tu fissi le mie spalle singhiozzanti, che scendono e salgono scosse dai tremiti. Hai il viso contratto dalla rabbia e le mani chiuse a pugno, strette talmente forte che le nocche sono tutte bianche; non hai mai sopportato che io piangessi, non hai mai sopportato di dovermi consolare. Questa volta, però, le tue parole non serviranno a nulla, non riusciranno ad ammansirmi.
Piango odio, e per questo non c’è argine abbastanza resistente.
Dio, a guardarti mi fai paura!
Te ne stai qui accanto a me, mi sostieni e mi proteggi, mi tieni in vita come un assassino con la sua vittima in un gioco perverso di piacere.
Ma perché non vuoi vederlo? Perché non vuoi accettare?
Io sono già stata assassinata!
Io sono già morta!
Nel corpo che sorreggi non c’è nemmeno un briciolo di vita, a mala pena riesco a stare in piedi e senza il tuo braccio a serrarmi in una morsa io sarei già a terra, stramazzata al suolo con un tonfo sordo.
Gli occhi si spalancano, sto cadendo veramente.
Sono a terra, il torpore dei sensi sembra essersi attenuato: l'ennesima illusione.
La malattia mi brucia nelle vene, la sento che sale inarrestabile fino al cuore, non c’è più tempo.
I polmoni si saziano per l’ultima, per l’ultima volta il mio cuore batte.
Sono morta.
Avrò la tua immagine negli occhi vitrei e il tuo sapore sulle labbra per l'eternità.


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