Il mercato della domenica

Stavo camminando e mi sono messa a correre. Senza motivo e senza necessità. Camminavo e le mie gambe hanno cominciato ad andare più veloci, sempre più veloci finché ho sentito il fiato venire a mancare e i polmoni bruciare, i muscoli fare male e le guance diventare livide.
Correvo e non volevo correre. Non avevo nessun posto da raggiungere e niente da fare, ma il corpo non voleva ragioni: voleva solo che io corressi a perdifiato sotto il sole. Non potevo fare altro che assecondarlo e andare più veloce di lui. Così ho lasciato che mi guidasse ora dentro i segreti di vie solitarie, ora lungo la calura delle strade trafficate fino a perdermi in quel labirinto e a ritrovarmi stremata e senza fiato in una viuzza nascosta chissà dove. Era stretta, quasi asfissiante e camminandoci dentro avevi la sensazione che le case ti sarebbero crollate addosso, tanto erano ammassate le une sulle altre e i tetti intrecciati in una volta di coppi colorati. Era quasi al buio ma pervasa da una luce strana: morbida e opaca, che ti costringeva ad aggiustare l'occhio. Ma soprattutto sembrava essersi fermata nel tempo. I colori, gli odori e la gente stessa che si accalcavano dentro quella feritoia fra le case sembravano essere di un'altra epoca, di un altro mondo. Passando fra quei corpi accaldati e gioiosi, in quella domenica di festa, potevo respirare una patina di antico e sentire pulsare nelle vene un senso di autentico mai sentito prima. Sapevo che lì, proprio in quella via, in quell'aria, tra quelle persone scorreva qualcosa che non avrei potuto trovare da nessun'altra parte, ma non avevo la minima idea di che cosa fosse. Sapevo che era lì da qualche parte: adesso camuffato fra le bambole di porcellana orrendamente allineate su quella bancarella, adesso immerso fra i libri odorosi di muffa ammucchiati su di un'altra, adesso coperto dalle urla portentose degli ambulanti intenti a gareggiare nei gorgheggi. Quel qualcosa mi sfuggiva ma lo potevo intravedere nitido nei bambini accovacciati a terra intenti a rimescolare con le manine paffute vetri di mare stesi ad asciugare su di un telo bianco, negli abiti sgargianti delle donne sorprese a chiacchierare furtive nell'androne di un palazzo ingiallito, e nelle vecchine arzille che si contendevano il posto al banco della frutta poco più avanti e ancora lo potevo vedere negli occhi degli uomini chiusi nei loro vestiti da festa mentre osservavano le cianfrusaglie esposte sui banchi di quel mercatino improvvisato.
Senza volerlo ero capitata in un posto dove nessuno capitava, dove le tradizioni erano rimaste quelle di sempre e dove la domenica il mercato lo si faceva cosi: poche assi di legno addossate alle mura della via e milioni di ninnoli, monili, leccornie, pesci maleodoranti, frutti colorati e chicche pregiate gettate sopra. Come pirati che ogni domenica espongono il loro tesoro agli occhi del mondo.
Attonita e incapace di smettere di cercare quel qualcosa senza volto, mi addentravo sempre più in quella via palpitante vita, popolata di visi allegri e di bambini con la bocca impiastricciata di zucchero filato, di sorrisi lascivi e di carezze paterne. In silenzio lasciavo che ogni cosa mi scorresse addosso fino a riempirmi l'anima. Passo dopo passo, senza fretta, l'ho attraversata tutta e con la mente persa dentro quella magia mi sono seduta al tavolo di un bar. Per tutto il pomeriggio non ho potuto fare altro che guardare, gustare e assaporare il caffè amaro sulle mie labbra e le luci agrodolci di quel rione che piano piano si spegneva al calare del sole. Non ho parlato con nessuno ma solo standomene seduta a quel tavolo con la mia tazzina nera in mano ho capito che non c'era nulla da afferrare e portare via, perché varcate le soglie di quella via nulla sarebbe sopravvissuto alla corruzione del tempo, nulla sarebbe stato ancora genuino come lo era qui e adesso. Solo perdendosi in un luogo senza tempo si poteva sperar di intravedere quel qualcosa, e io mi ero finalmente persa.

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